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Circumnavigando intorno al mondo della psicologia – intervista radio-mambo

Intervista radio-mambo “Circumnavigando intorno al mondo della psicologia”
Speaker-intervistatore di radio-mambo: Garcia Pa
Redattrice di radio-mambo: Fabiana Gentili
Intervistato: dott. Umberto Parisella

intervista radio-mambo:

DOMANDA: Può darci una visione generale di tutte quelle discipline che si occupano di salute mentale: psicologia, psicoterapia, psichiatria ecc.

RISPOSTA: La psicologia è una disciplina fondamentalmente accademica che studia i processi mentali con metodi sperimentali o meno, quali: la sensazione, la percezione, la memoria, l’oblio, il pensiero, il linguaggio ecc. Questo corpus dottrinario di teorie e concetti si può applicare ai vari campi psicosociali del mondo umano, nascono così le psicologie applicate come ad es.. la psicologia dello sport, la psicologia giuridica, la psicologia del lavoro, la psicologia dello sviluppo, fino a quelle più sofisticate, quali la psicologia dell’arte, della musica, della matematica. Una di queste psicologie è la psicologia clinica che si occupa della salute, del benessere e della cura applicata all’individuo e/o al gruppo. Il pezzo forte della psicologia clinica è rappresentato dalla psicoterapia , che come dice lo stesso termine (citando papà S. Freud) è cura con i “mezzi psichici”, i mezzi psichici sono i mezzi umani che naturalmente non possono prescindere dalla parola. Lo psichiatra non è uno psicologo, nel senso che non è laureato in psicologia, ma è un medico specializzato in psichiatria che può avvalersi anche dell’uso di farmaci affiancati o meno da un percorso psicoterapico.

DOMANDA: Può darci un minimo inquadramento storico di tali discipline?

RISPOSTA: La psichiatria è una scienza classificatoria delle malattie mentali che si afferma fondamentalmente nell’800 ad opera di grandi psichiatri , quali Pinel, Kraepelin, Bleuer. La psichiatria risente dell’impostazione medica , per cui la tendenza (in parte ancora attuale) è quella di concepire la malattia o il disturbo mentale come una disfunzione fisiologica del cervello causato da un cattivo funzionamento bio-chimico, da qui l’uso dei farmaci. Anche la psicologia nasce nella seconda metà dell’800, ma se scomponiamo etimologicamente il termine psicologia che vuol dire PSICHE=ANIMA e LOGOS=DISCORSO (cioè discorso o scienza dell’anima), non possiamo non dare ragione ad uno storico della scienza O’Neill che sosteneva che la psicologia ha una storia recente ma un passato antichissimo, dal momento che il concetto di anima ha rappresentato un oggetto di studio fin dall’antichità, a partire dai primi filosofi greci che rappresentano le fondamenta della cultura occidentale. In effetti la psicologia era contenuta nella viscere della filosofia fino alla seconda metà dell’ottocento , quando si dichiarò scienza autonoma, grazie a W.Wundt. Senza finire in una cronistoria stucchevole, possiamo individuare in Cartesio (1600) colui che individuò nell’ANIMA , L’ENTE PENSANTE (la res cogitans, la cosa pensante, il pensiero che pensa se-stesso, gli altri, il mondo). A seguire E. Kant e tutta la scuola fenomenologia-esistenzialista, fino a Freud. Mettere in evidenza il pensiero e quindi il linguaggio significa mettere in evidenza il concetto di MENTE e non quello di corpo e neanche di cervello che è solo il sub-strato materiale che supporta e permette i nostri pensieri, ma il cervello non è il pensiero. Noi siamo e diventiamo in base a come pensiamo e direi anche in base a come parliamo. Su questo punto vorrei essere preciso: se si ha un cervello malato per malattie congenite, genetiche, traumatiche, si produrrà sicuramente una mente patologicamente disturbata e disfunzionale; ma non è vero il
contrario: si possono avere dei quadri clinici portatori di sofferenza (dalla depressione, alle fobie, ai disturbi ossessivi, ai disturbi alimentari ecc) senza una chiara correlazione con qualche difetto organico nel cervello.

DOMANDA: Come si diventa psicologi e psicoterapeuti?

RISPOSTA: Allora, per quello che riguarda gli psichiatri, ho già detto: laurea in medicina e specializzazione in psichiatria. Per quello che riguarda il mondo della psicologia c’è da dire che, perlomeno in Italia, gli psicologi sono sempre esistiti fin dagli inizi del ‘900 pur non esistendo le facoltà specifiche. Erano studiosi dalle formazioni accademiche più svariate: lettere, filosofia, pedagogia, sociologia, medicina ed anche matematica; studiosi
che avevano approfondito i loro studi avvalendosi delle conoscenze psicologiche sparse nei vari campi disciplinari.
Soltanto nel 1971, vengono istituiti in Italia i primi corsi di laurea in psicologia esattamente a Roma e Padova. Da lì in poi è stato tutto un proliferare di nascite delle facoltà di psicologia su tutto il territorio nazionale: Torino, Bologna, Cesena, Cagliari, Palermo, Napoli ecc. Con la legge 56/89 (dell’89 appunto) viene finalmente istituito il primo ORDINE NAZIONALE DEGLI PSICOLOGI con le diramazioni negli ordini regionali. In una prima fase, in quest’ordine sono confluiti tutti quegli psicologi (laureati o meno in psicologia) che hanno dimostrato di avere un curriculum adeguato per fregiarsi di tale titolo; in pratica è stata fatta una sanatoria e non poteva essere fatto altrimenti. Successivamente all’interno dell’ordine è stato istituito un sotto-elenco di quegli psicologi che oltre ad essere tali erano anche psicoterapeuti, perché (come accennavamo prima) non tutti gli psicologi si occupano di salute mentale e svolgono la professione di terapeuti. Dal momento dell’istituzione dell’ordine e del periodo di sanatoria la legge ha parlato chiaro: per diventare psicoterapeuti saranno ammesse esclusivamente le lauree in psicologia o medicina, nessun’altra laurea. C’è da dire che, anche prima della costituzione dell’ordine degli psicologi , la cultura italiana fortemente medicalizzata ha sempre permesso ai medici
di esercitare legalmente la professione di psicoterapeuta anche in assenza di una formazione psicoterapica adeguata, semplicemente perché medici, così come potevano fare tranquillamente i chirurghi, i dentisti ecc. Come si diventa psicoterapeuti per noi psicologi? Dopo i 5 anni di laurea , bisogna abilitarsi alla professione , previo esame di stato che permette l’iscrizione all’ordine regionale; dopo ciò, 1 anno di tirocinio presso una struttura sanitaria o un ente di ricerca riconosciuti + 4 anni di specializzazione nelle scuole di psicoterapia riconosciute dal MIUR che formano per lo svolgimento di tale professione. In pratica 10 anni per diventare uno psicoterapeuta riconosciuto. Le scuole riconosciute sono , ovviamente, anche quelle universitarie ma sono poche, mentre invece sono tantissime quelle private riconosciute ma tutte a pagamento, mediamente circa 4.000 euro
l’anno. Il numero elevato di scuole riflette anche la moltiplicazione degli approcci e dei modelli clinici, oggi non c’è più soltanto la psicoanalisi, considerata da Freud l’”oro puro”,
mentre le psicoterapie metalli di bassa lega.

DOMANDA: Che ci può dire in merito alla sofferenza umana, al disagio psicologico, alle patologie, è cambiato qualcosa sullo scenario sociale negli ultimi 20/30 anni

RISPOSTA: E’ cambiato sicuramente moltissimo non solo dai tempi di Freud, questo è facilmente comprensibile, ma è cambiato molto anche rispetto alla società pre- essantottina e post-sessantottina. La prima basata sul concetto di verità che discendeva direttamente dall’autorità costituita e che spesso finiva nell’autoritarismo più bieco; la seconda tutta tesa alla sovversione e demolizione di ogni forma d’autorità e d’autoritarismo. La conclusione è stata che insieme all’autoritarismo pedagogico, l’autoritarismo dei padri (che sicuramente ha fatto molti danni) e delle figure che incarnavano il “potere” se n’è andato in fumo anche ogni forma di principio d’autorevolezza e di legittimità. (vedi figli che insegnano ai genitori e genitori che picchiano gli insegnanti). E’ quello che illustri autori , come lo psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati hanno designato col termine di “evaporazione del padre” e l’altro grande autore Zigmunt Baumann col termine di “società liquida”.
Una società senza punti fermi, apparentemente senza limiti, dove tutto è legittimo e nulla lo è, dove sul piano immaginario tutto è accessibile e sembra potersi realizzare, nulla è precluso. Questo io lo indico come una forma di “dispersione del pensiero” verso mondi irreali, immaginari pensiero che rimane disperso finchè non trova la parola che lo riconosce in quanto tale. Perché è attraverso la parola che il pensiero esce dall’eremo della propria mente e si apre all’esterno verso qualcosa, verso qualcuno a cui rivolgersi , divenendo proposta/richiesta trovando così un mondo reale possibile da coltivare, dove abitare e vivere. Quando questo non avviene il pensiero si chiude in se-stesso, appassisce, l’orizzonte che indica la distanza del soggetto con un futuro possibile finisce per coincidere con la punta del proprio naso; qualsiasi mondo possibile diviene una lastra opaca indecifrabile e si ecclissa insieme all’impotenza del soggetto nel tentativo di decifrarlo. Questa forma di dispersione del pensiero che non acquisisce consapevolezza di sé attraverso la parola, ha creato socialmente delle forme di “sofferenza narcisistica”o potremmo anche chiamarlo di “narcisismo sociale” che in sede clinica non trova riscontro nella casistica classica di nevrosi depressiva, nevrosi fobica, disturbi ossessivi, disturbi alimentari, ecc. Ne sono degli esempi gli stati di apatia cronica, di rinuncia a qualsiasi progetto di vita, di matrimoni e separazioni coniugali a ripetizione, il sesso compulsivo, il gioco d’azzardo, la cyber-dipendenza o i casi relativamente recenti degli hikikomori italiani , chiamati anche gli eremiti sociali ( giovani che hanno rinunciato a qualsiasi forma d’inserimento sociale e si sono rifugiati nella loro stanzetta a giocare solo col computer,
dormendo di giorno e vivendo di notte). Una precisazione d’uso del termine di narcisismo che rimane comunque una dimensione molto complessa. Il narcisismo non è solo il mettersi in mostra, lo specchiarsi ammirandosi e credendosi belli, ma è rimanere imprigionati dentro un pensiero che impedisce il riconoscimento di sè ,degli altri e blocca l’apertura verso la relazione umana.

OMAGGIO A CARL ROGERS

 

Carl Rogers, psicologo statunitense, si dedica inizialmente, come terapeuta alla prevenzione della criminalità giovanile (1931-1949).

E’ stato poi docente dal 1940 al 1963, presso le università dell’Ohio, di Chicago e del Wisconsin.

Con la “psicologia umanistica” di A. Maslow, Rogers ha assunto un’impostazione alternativa sia alla psicoanalisi sia al comportamentismo. Di Freud, in particolare, Rogers rifiuta sia il concetto di transfert sia il dualismo delle pulsioni di vita e di morte come il tentativo di ricondurre tutte le motivazioni del comportamento umano a conflitti di natura sessuale.

La tecnica terapeutica sviluppata da Rogers prende il nome di “terapia non direttiva” o ancor meglio di “terapia centrata sul cliente”: Rogers preferisce la parola “cliente” a “paziente”, termine che indicherebbe una subalternità medicalizzata di quest’ultimo rispetto al terapeuta. Rogers indica tre condizioni necessarie e sufficienti affinchè la terapia abbia successo:

  • Accettazione incondizionata del cliente (qualunque sia la natura del suo disagio/disturbo)
  • Atteggiamento fortemente empatico del terapeuta (mettersi strategicamente “nei panni dell’altro”, al fine di comprendere il suo funzionamento mentale)
  • Autenticità del terapeuta (saper comunicare emozioni e sentimenti provati in seduta sollecitati dallo stesso cliente)

L’aspetto estremamente interessante dell’approccio rogersiano è che non pretende di essere un gergo di scuola ma  rappresentare un tipo di approccio che supera i vari gerghi/tecniche psicoterapeutiche legittimandole tutte nella misura in cui, però, soddisfano le tre condizioni sopra descritte.

In effetti Rogers, mise a punto una ricerca sperimentale mettendo a confronto l’operato clinico di vari terapeuti di estrazione completamente diversa (psicoanalisti, comportamentisti, sistemici ecc.) e si accorse che tutte gli approcci  terapeutici funzionavano e producevano  un buon esito clinico quando erano presenti le tre condizioni; al contrario in loro assenza la terapia falliva.

Lo scopo di questo approccio , infatti , è quello di favorire “L’AUTOREALIZZAZIONE DEL SE’”, che rappresenta uno dei cardini di tutta la psicologia umanistica e rappresenta lo scopo e il fine ultimo della terapia.

L’AUTOREALIZZAZIONE DEL SE’, non deve essere identificata banalmente col mero successo sociale (potere, soldi, fama ecc.) ma con la realizzazione delle caratteristiche/tendenze/predisposizioni interne al proprio essere, quello che gli umanistici identificano con il “progetto di sviluppo” implicito in ogni essere umano; questo risulta inalienabile dal momento che il ruolo/potere dell’ambiente non può essere né quello di crearlo “ex-novo” (mani sue), né quello di espropriarlo al soggetto , ma solo di favorirlo, (catalizzando il processo di autorealizzazione) o di ostacolarlo (producendo il suo blocco causa di sofferenza). In tal senso si specifica meglio il concetto di SE’ nell’accezione generale: questo si struttura proprio attraverso le interazioni di scambio con l’ambiente circostante, mentre il SE’ ideale non è quello che s’immagina di essere quello che il soggetto non potrà mai diventare (fantasie più o meno onnipotenti), ma quello che sa individuare le linee tendenziali intrinseche del  “progetto di sviluppo” della propria umanità.

In tal senso, afferma Rogers, una persona è tanto più felice quanto più il suo SE’ si avvicina al SE’ ideale, viceversa , è tanto più infelice quanto più il suo SE’ si allontana dal SE’ ideale.

Il SE’ ha anche un’altra caratteristica importante: non è statico e definito una volta per tutte, ma è plastico , flessibile, duttile e si evolve a seconda delle esperienze compiute dal soggetto e delle idee con cui è venuto in contatto.

E’ un cambiamento che ciascuno avverte nel corso della propria vita, anche più volte. Il dinamismo del SE’ e la sua capacità di modificare il sistema di valori sulla base delle proprie esperienze sono considerate un indicatore della salute psichica dell’individuo.

 

BIBLIOGRAFIA

 

C.ROGERS “La terapia centrata sul cliente”, Martinelli editore, Milano,1982

 

 

PSICOLOGIA E PUBBLICITA’

PSICOLOGIA E PUBBLICITA’

Oggi i ricercatori più spesso interpellati dalle aziende sono gli psicologi sociali e della comunicazione, che mettono a disposizione la loro competenza specifica allo scopo si spiegare il comportamento dei consumatori.

La psicologia aiuta a comprendere i meccanismi che influenzano le persone, spingendole a compiere determinate scelte, a preferire un prodotto invece che un altro oppure ad acquistare merci di cui non hanno per forza un urgente bisogno.

Quindi che piaccia o no, la psicologia pubblicitaria ( che è pur sempre studio della mente) è finalizzata all’individuazione di quelle le tecniche di persuasione più efficaci per la vendita di un prodotto.

Essa è pertanto di primario interesse per il mondo aziendale, il quale utilizza la pubblicità come principale strumento per informare, orientare e convincere le persone ad acquistare un bene o un servizio.

E’ proprio in relazione a questo tema  che si sono sviluppate diverse scuole di pensiero riconducibili a tre teorie dell’influenza sociale: diretta, selettiva e indiretta.

Per i sostenitori dell’influenza sociale diretta (psicologi di orientamento comportamentista e psicoanalitico), il comportamento umano è un insieme di risposte a stimoli e pertanto può essere riassunto nello schema S/R (dove S è stimolo, R risposta).

Ne segue che per ottenere la risposta attesa è necessario proporre stimoli appropriati ed efficaci rispetto allo scopo.

Su questo particolare aspetto la differenza tra comportamentisti e seguaci della psicoanalisi risiede nel fatto che, mentre per i primi la stimolazione avviene a livello cosciente, per gli psicoanalisti la comunicazione più efficace è quella che colpisce l’inconscio, ricorrendo ad esempio a immagini e simboli di natura sessuale, di cui a livello cosciente non si percepisce il significato ma che coinvolgono le motivazioni profonde.

I pubblicitari sarebbero dunque, come sostenne lo studioso statunitense Vance Packard negli anni ’50, dei “persuasori occulti”, perché condizionano i consumatori senza che questi ne abbiano consapevolezza. Le teorie dell’influenza sociale selettiva si possono considerare uno sviluppo di quelle precedenti. Esse muovono dal presupposto che i messaggi non sono percepiti nello stesso modo da tutti gli individui.

Nella creazione di una campagna pubblicitaria occorre pertanto tenere conto delle possibili differenze individuali nella risposta ai messaggi.

Come osserva, Annamaria Testa, gli argomenti e le sollecitazioni emozionali che possono persuadere una casalinga non sono gli stessi su cui far leva per convincere un adolescente.

Insomma, un prodotto pubblicitario per essere propagandato efficacemente deve individuare il “target di consumatori”  potenziali a cui si rivolge. le  teorie dell’influenza sociale indiretta  muovono dal presupposto che l’influenza dei mass media non è limitata al momento in cui si riceve il messaggio, ma è costante e continuativa.

I mass media fanno ormai parte del nostro ambiente di vita  e si propongono anche come agenti di socializzazione, offrendo dei modelli di comportamento che il ricevente interiorizza e può fare propri, imitandoli.

Tale ipotesi è corroborata dalle importanti ricerche negli anni ’60 dallo psicologo canadese Albert Bandura, in cui sono chiariti alcuni meccanismi dell’apprendimento per imitazione.

Come caso particolare della sua teoria dell’apprendimento sociale , Bandura ha proposto la “teoria del modellamento”, secondo la quale gli individui apprendono i loro comportamenti sociali da “figure-modello”, ritenute degne di imitazione perché agiscono in modo appropriato e socialmente apprezzato dalla collettività (tali sono, perlomeno inizialmente, i modelli genitoriali agli occhi dei bambini).

Gli spot pubblicitari che ripercorrono tale impostazione sono  quelli che si avvalgono della classica figura di un “testimonial”, figura pubblica di successo nel mondo dello spettacolo, della scienza o dello sport.

Se il comportamento imitato ha successo , la gratificazione rappresenta il rinforzo positivo che fissa quel comportamento rendendolo abituale.

I sei passaggi del modellamento pertanto sono: osservazione di un comportamento; identificazione (“voglio essere come lui/lei, lo/la imiterò); riconoscimento del comportamento; riproduzione; rinforzo; fissazione.

BIBLIOGRAFIA

Albert Bandura “ Autoefficacia: teoria e applicazioni”, Erikson, Trento,2000

Annamaria Testa “ La pubblicità”, Il Mulino, Bologna, 2003

Vance Packard “ I persuasori occulti”, Einaudi, Torino, 2005

LO SPORT NELL’ETA’ EVOLUTIVA

LO SPORT NELL’ETA’ EVOLUTIVA

 

“Lo sport maestro di vita”, “lo sport forgia il carattere”; “Mens sana in corpore sano”. Già nella seconda metà del 1600 il grande filosofo e pedagogista John Locke (precursore della psicologia moderna) indicava nello sport un’attività formativa fondamentale della personalità del futuro gentleman inglese, colui che, lungi dal campare di rendita ma dando per primo l’esempio di laboriosità, avrebbe rappresentato la classe dirigente del domani. Medici, insegnanti, psicologi, pedagogisti, tutte quelle figure che si occupano professionalmente di bambini e adolescenti sottolineano quanto sia importante a partire dai 6/7 anni, praticare uno sport con regolarità e costanza, non necessariamente agonistico. Tutte le attività sportive, infatti, promuovono dei valori basilari in età evolutiva, che si possono così sintetizzare:

  • Si impara che l’importante non è vincere, ma migliorare se stessi, quindi imparare a perdere (cultura della sconfitta) è importante quanto imparare a vincere (cultura della vittoria).
  • Giocando e divertendosi s’impara a rispettare le regole.
  • S’impara che non s’ottiene nulla e non si migliorano i risultati senza impegno, costanza e determinazione.
  • S’impara il rispetto dell’avversario che è il proprio simile.
  • Si può trovare una compensazione agli scarsi risultati scolastici, se esistenti. Ma è anche vero che i successi sportivi possono rappresentare una fonte d’incremento dell’autostima e questa può funzionare da molla che incentiva la motivazione allo studio.

Una prima decisione da prendere, naturalmente in accordo con gli stessi soggetti interessati che non devono vivere lo sport come un’imposizione, riguarda la scelta tra sport individuali (sci, tennis, ciclismo, nuoto, atletica leggera , golf, ecc.) e sport di squadra ( basket, pallavolo, calcio, pallanuoto, pallamano, rugby, ecc.).

Sono validi entrambi, ma ciascuna tipologia presenta delle caratteristiche più adatte a soddisfare certe esigenze: gli sport di squadra tendono a valorizzare la dimensione ludica del gioco e quelli individuali la dimensione di disciplina e sfida con se stessi.

Con una lettura sicuramente un po’ schematica, si potrebbe affermare che gli sport di squadra si addicono più a ragazzi introversi, timidi e ansiosi, che temono la competizione individuale e il giudizio negativo degli altri sulla loro prestazione, al termine di una gara persa. In gruppo, invece, ci si sostiene, si dividono equamente i meriti di una vittoria e le responsabilità di una sconfitta, anche l’ansia di prestazione è ripartita tra i membri della squadra.

Attraverso lo sport di squadra si comprende l’importanza della collaborazione in vista dell’obbiettivo comune, instaurando quel clima di solidarietà in cui ciascuno si mette al servizio dei compagni coprendone anche gli errori, ciò che caratterizza lo spirito di squadra, da sempre  l’ingrediente irrinunciabile per la vittoria.

Al contrario, per i ragazzi estroversi che sono tali  perché temendo molto meno il giudizio degli altri sulle loro prestazioni , hanno costantemente bisogno di sfidare i loro limiti e mettersi alla prova, possono andar bene anche gli sport individuali.

Potremmo anche dire che per la psicologia dei  ragazzi introversi gli avversari sono gli altri, mentre per quelli estroversi sono loro stessi.

Comunque, riprendendo lo spunto iniziale lo sport rappresenta un “maestro di vita” in entrambi i casi e per entrambe le tipologie.   

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

J.Locke “Pensieri sull’educazione”, ne “Il pensiero educativo”, a cura di D. Orlando, la Scuola, Brescia, 1981

I DSA E LA NORMATIVA SCOLASTICA

Con l’acronimo DSA (disturbi specifici d’apprendimento) si indica una serie di condizioni che precludono al soggetto, in assenza di ritardo mentale, l’uso di abilità implicate nell’apprendimento, e in particolare nell’apprendimento scolastico, come leggere, scrivere e far di conto.

Appartengono a questa categoria di disturbi, la dislessia (incapacità di leggere in modo spedito e corretto ), la disgrafia (difficoltà di riprodurre segni alfabetici e numerici), la discalculia (disturbo delle abilità aritmetiche), il disturbo non verbale (presenza di deficit visuo-spaziali che compromettono l’esecuzione dei compiti di memoria e la risoluzione di compiti non verbali, come comporre un puzzle, uno schema o utilizzare una cartina geografica).

La scuola è spesso l’ambito principale in cui questi problemi si manifestano, perché le loro caratteristiche interferiscono precocemente con il normale percorso d’apprendimento: l’alunno ha difficoltà a leggere e scrivere, è più lento dei compagni e spesso sviluppa comportamenti ansiosi, perché si percepisce inadeguato alla situazione.

Se il disturbo non viene precocemente individuato e trattato, fenomeno diffuso fino a pochi anni fa, quando l’alunno con DSA era spesso etichettato come pigro o poco capace, la situazione peggiora fino a compromettere in modo spesso definitivo la carriera scolastica del soggetto.

Oggi, fortunatamente le cose sono cambiate: nel nostro paese una legge, la 170 dell’8/10/10 (completata da Decreto legge e Linee guida del luglio 2011), tutela il diritto allo studio degli alunni con DSA, prevedendo a loro sostegno nuove metodologie didattiche e valutative.

Le linee guida favoriscono una didattica personalizzata attraverso l’introduzione dei cosiddetti “strumenti compensativi” e “misure dispensative” particolarmente per l’insegnamento della matematica e delle lingue straniere. Tra gli strumenti compensativi ricordiamo: la sintesi vocale che trasforma un compito di lettura in un compito d’ascolto; il registratore che consente all’alunno di non prendere appunti durante la lezione; i programmi di videoscrittura con correttore ortografico; la calcolatrice; il computer, strumenti come tabelle, grafici, mappe concettuali.

La misure dispensative sono invece interventi che consentono all’alunno di non svolgere alcune prestazioni troppo difficoltose per lui: sostenere un’interrogazione alla lavagna, semplificargli le domande scritte rispetto a quelle  date alla classe, avvalersi di questionari a risposta multipla invece che con domande aperte, fornirgli più tempo per la consegna dei compiti.

Lo spirito della normativa è chiaro: non si tratta di concedere all’alunno DSA un privilegio non condiviso dal resto della classe, o di esercitare nei suoi confronti una compassionevole indulgenza, ma semplicemente di metterlo nelle condizioni più idonee per svolgere il proprio compito di studente.

In quest’ottica, le misure particolari adottate nei suoi confronti sono equiparabili agli occhiali prescritti a una persona con difficoltà visive: costui deve infatti servirsene per poter leggere come gli altri, non per rinunciare alla lettura stessa.

Come accennato precedentemente, fino a circa  20 anni  fa la scuola non era in grado di farsi carico delle situazioni di disagio psicologico che si ripercuoteva fatalmente sui processi d’apprendimento perché foriera di un modello di “normalità” troppo intellettualistico improntato su una concezione dell’intelligenza esclusivamente linguistico-verbale o logico-matematica; o per dirla con Don Milani che negli anni ’50 affermava “ la scuola è  un ospedale che accetta i sani e rifiuta i malati”.

Strada facendo, il progresso delle neuroscienze ha permesso l’approfondimento diagnostico di “quadri” del disagio psicologico che nulla hanno a che vedere con deficit neurologici, ritardi mentali o intellettivi veri e propri (dall’autismo, ai disturbi dell’apprendimento ma anche a tutte quelle situazioni di disagio affettivo, economico-sociale, di marginalità nel territorio o d’integrazione culturale).

Ciò ha significato una maggiore sensibilizzazione della scuola  per il fattore accoglienza-socializzazione a cui i risultati dell’apprendimento cognitivo sono subordinati e l’apertura verso vari modelli del funzionamento mentale ; in pratica si può essere “normali” e “intelligenti” in vari modi.

Ritornando sui DSA c’è da dire che a volte si  assiste allo strascico del pregiudizio tradizionale che si può essere normali solo in un modo proprio nelle famiglie del soggetto DSA e nello stesso soggetto che preferiscono non presentare la documentazione adeguata o magari avvalersi dell’insegnante di sostegno per altri disturbi per non sentirsi “diversi” ed etichettati come “anormali”.

Questa scelta impropria , spesso si rivela un vero e proprio boomerang che finisce per alimentare quel tasso d’ansia da prestazione per paura di risultare inadeguati al compito producendo un surplus di fatica inutile che non favorisce certo né il soggetto, né le famiglie, né tantomeno gli insegnanti.

 

 

Bibliografia

 

             Lorenzo Milani “Lettere a una professoressa”, Mondadori, Milano, 1967

LA MOTIVAZIONE ALLO STUDIO

 

(MOTIVAZIONI INTRINSECHE ED ESTRINSECHE)

Gli psicologi sociali classicamente distinguono il “bisogno” dalla “motivazione”; il primo sostanzialmente è uno stato d’essere che segnala uno “squilibrio”, una “mancanza”, un “vuoto” psicofisiobiologico  e/o sociale, la seconda riguarda la “spinta ad agire” che parte da questo stato di bisogno nel tentativo di ripristinare un  benefico  equilibrio organismico attraverso quegli scambi omeostatici con l’ambiente che fatalmente lo realizzano (fosse anche , banalmente, procurarsi il cibo quando si ha fame).

Sempre seguendo la tradizione, si distinguono le motivazioni intrinseche da quelle estrinseche.

Le prime, riguardano quelle attività la cui spinta proviene dall’interiorità psicologica e che perciò si fanno per il gusto di farle, perché le si ama (hobby, interessi, passioni; iscriversi ad un corso di tecnica pittorica perché si ama la pittura); le seconde riguardano quelle attività la cui spinta proviene dall’esterno sociale sottoforma di conseguimento di premi, vantaggi socio-economici o di prestigio (iscriversi ad un corso di tecnica pittorica non perché si ami particolarmente la pittura  ma perché p.es. si acquisisce un maggior punteggio per la partecipazione ad un concorso al ministero delle “Belle Arti”).

La motivazione allo studio non esula da tale impostazione. Le motivazione intrinseche scolastiche-universitarie riguardano logicamente l’amore appassionato per lo studio e per alcune discipline del classico studente-modello; le motivazioni estrinseche, invece, si agganciano alla prospettiva allettante di ricompense (premi/regali dei genitori, all’ottenimento dei bei voti da parte degli insegnanti e ad una buona dose di individualismo competitivo).

Le prime si collegano ad obbiettivi di padronanza (need for competence; bisogno di competenza), le seconde ad obbiettivi di prestazione.

A prima vista, sembrerebbe che contino di più le motivazioni intrinseche, quelle che a noi piace immaginare come le più “vere” che rappresentano la nobiltà d’animo e l’autenticità umana dell’individuo. In effetti da vari studi e ricerche è risultato che all’inizio di un qualsiasi percorso scolastico/professionale le motivazioni intrinseche risultavano preponderanti rispetto a quelle estrinseche, ma durante il percorso formativo quelle estrinseche si prendevano la rivincita e verso la fine del percorso andato a buon fine, quasi si equiparavano (con una leggera prevalenza di quelle intrinseche).

Come tradurre questi dati scientifici. Immaginiamo che il classico studente -modello  che ama ciò che studia , s’impegna con passione  dimostrando  padronanza della materia, incappi nel classico docente “tirchio” di voti che inconsciamente intenda dimostrare che lo studente sa sempre meno di lui e non sarà mai alla sua altezza, e magari quel povero studente sia  anche costretto a subire  gli improperi dei suoi  genitori che non s’accontentano mai; il probabile risultato sarà una frustrazione emotiva sistematica che finirà per svilire quella “intrinsecità motivazionale” che pur possedeva.

Analogamente al contrario. Immaginiamo un docente che “regali” i voti per non impegnarsi e non avere grattacapi ad uno studente completamente demotivato intrinsecamente; il   ragionamento di quest’ultimo sarà “anche se non m’impegno andrà sempre bene” e il risultato sarà che le motivazioni intrinseche che formano il “di dentro” dell’individuo rimarranno allo stato brado, disperse chissà dove!

Le motivazione intrinseche ed estrinseche non essendo affatto le une contro le altre devono trovare un punto d’incontro che rappresenta la totalità psicosociale dell’individuo; questo punto d’incontro lo possiamo individuare nel concetto di “conferma” (esterna) che stima il materiale interno, valutandone il livello nella prospettiva futura del suo sviluppo, soltanto così è possibile crescere e migliorarsi.

Il soggetto deve essere riconosciuto per quello che è,  e qualcuno glielo  deve pur dire; stimare la qualità del merito non deve limitarsi ad una angusta valutazione  solo scolastica ma ad una rivalutazione personale-esistenziale come monitoraggio continuo di un’identità che vuole sapere chi è, cosa può fare, dove andare!

In tal senso il termine “meritocrazia” è troppo gelido e risulta fuorviante e improprio, dal momento che sembrerebbe voler stimare solo i risultati senza l’analisi dei processi interni e delle risorse.

Per ultimo, vorrei fare una considerazione storico-sociale di carattere generale nel tentativo di restituire un filo di speranza a tutti quegli studenti “demotivati alla vita” che continuano a prendere brutti voti a scuola e a tutti quei genitori (ma anche insegnanti) che si disperano per questo.

Viviamo in un’epoca che gli intellettuali definiscono “POSTMODERNISMO”, in cui si sono perse tante certezze antropologiche valoriali e sicurezze socio-economiche, viviamo in una realtà sociale fluida o, come direbbe , Bauman “liquida” che si muove continuamente a ritmi vertiginosi e ,come le dune del deserto, non può più dare punti esterni di riferimento certi con cui orientarsi.

Fino a 20/30 anni fa studiare per diventare avvocato o medico, dava una relativa certezza che si sarebbe fatta quella professione. Oggi non è più così!

Potremmo dire che la liquidità della società ha fiaccato le motivazioni estrinseche , ma per il discorso fatto fin qui,  questa fiaccatura ha finito per erodere anche quelle intrinseche ed oggi , pur senza incorrere in generalizzazioni catastrofiche, assistiamo frequentemente a questo scenario che vede molti giovani fiaccati nell’animo dispersi “dentro” e “fuori” che non sanno più orientarsi. (un esempio su tutti è proprio il caso degli hikikomori non solo in Giappone ma ormai anche in Europa).

Bene! Proprio perché oggi è estremamente difficile ritrovarsi seguendo il filo della tradizione dal momento che tale filo   risulta sfuggente,  invisibile, imprendibile e non si tramanda ai posteri,  tanto vale cercare d’intercettare  il filo della propria “vita interiore”, quel filo che nessuno ci può togliere perchè nessuno ce lo può dare; è il filo d’Arianna che conduce FUORI dal  labirinto  della confusione , dei pensieri dispersi, del vuoto emotivo,  dell’immobilismo ma anche delle azioni folli, delle immaginazioni e  fantasie mitiche, della fuga nelle dipendenze,  della pretesa di  avere garanzie immediate, FUORI dal labirinto-eremo della propria mente, nello SPAZIO DEL NOI   , l’unico luogo  dove può realizzarsi il DESIDERIO di essere PER SE’ e PER GLI ALTRI!

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Zygmunt  Bauman “Vita liquida”, Laterza, Bari, 2006

GLI HIKIKOMORI

VIDEO-INTERVISTA SUL FENOMENO DEGLI HIKIKOMORI: https://www.facebook.com/316484862168286/videos/381151409034964

Il fenomeno degli Hikikomori nasce in Giappone intorno agli anni ’80 che letteralmente vuol dire “isolarsi”, “stare in disparte”, “ritirarsi” dai ritmi frenetici e dai modelli altamente   individualistici e competitivi imposti dalla società giapponese nei confronti di giovani e adolescenti che si accingono a completare gli studi di scuola media secondaria o ad affrontare selezioni durissime misurate in base al grado di prestigio di cui gode quell’università.

Si stima che siano tra i 500.000 e 1 milione i giovani giapponesi che “crollano” psicologicamente, sentendosi inadeguati, inadatti, troppo fragili per rispondere alle sollecitazioni di un tale scenario sociale e, rinunciando a qualsiasi forma di contatto esterno, si rifugiano nella loro stanza, mantenendo rapporti col mondo esclusivamente attraverso la realtà virtuale del web, tra internet, social network e video-giochi.

Si sono auto-murati vivi dentro la loro stanzetta, vivendo di notte e dormendo di giorno, mantenendo rapporti sporadici e comunque conflittuali con gli stessi genitori.

Molti studiosi giapponesi hanno ricondotto tale fenomeno alla durezza troppo selettiva del sistema scolastico giapponese  a quello che loro chiamano “l’inferno degli esami”, altri c’hanno visto la rappresentazione dell’AMAE, cioè una dipendenza eccessiva tra madre e figlio legati da un rapporto simbiotico con l’aggravante di una cronica assenza paterna, altri ancora la difesa tanto primitiva quanto radicale dei troppo “deboli” , vittime di episodi di bullismo, o al contrario, la fatale manifestazione di personalità decisamente troppo narcisistiche, introverse, schiacciate da un’immagine troppo idealizzata del SE che non può accettare ridimensionamenti, fallimenti che minerebbero alla base quell’aspettativa ideale con cui la persona si rappresenta.

Anche se uno di questi fattori può prevalere sull’altro o risultare addirittura sinergici tra loro, gli autori si trovano  d’accordo perlomeno su un punto: gli hikikomori non sono scarsamente intelligenti (semmai il contrario!), né tantomeno pazzi!  e non possono rientrare semplicisticamente nella diagnosi di agorafobia o di depressione che insorgono dal di dentro senza legarsi a nessun motivo plausibile.

Il loro comportamento (che certamente produce anche effetti depressivi) è l’effetto della decodifica di un mondo sociale vissuto come “ostile” e che perciò non vale la pena di vivere.

L’accordo tra gli autori riguarda anche il rapporto tra gli hikikomori e la dipendenza da internet: non è la dipendenza da internet che genera gli hikikomori, ma al contrario, chi intraprende tale strada (per i vari motivi esposti) e diventa un hikikomori almeno si preserva la possibilità di comunicare col mondo per via virtuale, è l’ultima scelta rimasta possibile che lo fa sentire vivo.

In Giappone il fenomeno degli hikikomori , che inizialmente riguardava giovani e adolescenti si è espanso anche alle generazioni più mature dei trentenni e quarantenni, cosa che per ora non riguarda l’Europa.

Il fenomeno degli hikikomori s’affaccia in Italia intorno al 2005, oggi si stima che gli hikikomori italiani siano tra i 30.000 e i 50.000, ma il numero sembra destinato a salire.

Il fenomeno degli “eremiti sociali” (così vengono chiamati in Italia) sembrerebbe un po’ più mitigato rispetto a quello giapponese e dalle tinte meno drammatiche. Per i nostri hikikomori, l’isolamento sociale non è così drastico: fanno anche uscite sporadiche, ricevono amici e intrattengono rapporti sicuramente migliori con i propri genitori.

Comunque siamo in cima a tutti i paesi europei, a seguire la Spagna; le regioni dove si concentrano maggiormente sono quelle del centro-nord, Emilia-Romagna in testa ( recentemente  si sono verificati 27 casi solo in una scuola di Bologna) a seguire Liguria e Umbria.

C’è un dato su cui val la pena di riflettere: 9 hikikomori su 10 sono maschi e tale fenomeno è stato giustamente definito una sorta di “anoressia sociale”, mentre avviene esattamente il contrario per la conclamata “anoressia mentale”, 9 anoressiche su 10 sono femmine.

Sembrerebbe che per i primi il vissuto d’inadeguatezza colpisca la “persona” nella sua interezza rispetto ai modelli etico- sociali avvertiti come eccessivi e irraggiungibili, mentre per le seconde il vissuto d’inadeguatezza colpisca il “corpo” che non combacia con i modelli estetico-sociali. Modelli vissuti come tiranni estranei a cui gli esseri umani , maschi e femmine però si consacrano alienandosi in essi, incapaci di produrre l’autenticità del proprio modello di essere-se-stessi nel corpo, nella mente e nell’anima.

E’ ben comprensibile che affrontare terapeuticamente il problema degli hikikomori non è affatto facile, dal momento che innanzitutto il riordino di una realtà sociale più allettante e appetibile che non induca a delle sproporzionate reazioni di fuga negli adolescenti più deboli, è compito principalmente dei politici.

In chiave strettamente clinico-psicologica non è facile aiutare chi non intende farsi aiutare affatto. In questo senso sono stati costituiti dei forum, blog, gruppi di discussione (anche su facebook) che aiutino sia la famiglia, la prima ad essere chiamata in causa (abbassando certe pretese ideali ed evitando sequestri di computer ecc. ) sia il soggetto hikikomori accettando terapie a domicilio o via skype e proponendogli prospettive sociali lavorative o di studio perseguibili.

Sitigrafia

 

IL FEMMINICIDIO

 

Ormai è diventata un’autentica piaga sociale vista l’alta frequenza di questo increscioso fenomeno che provoca angoscia e sgomento in tutti noi………”

Deturpa il con l’acido il volto della fidanzata che l’aveva lasciato”……..”Massacra di botte la moglie che voleva separarsi da lui”………”Spara un colpo di pistola alla moglie e poi tenta il suicidio”……..questi e tanti altri titoli analoghi hanno costellato le tristi pagine di cronaca nera dei giornali; la ripetitività nefasta di tali accadimenti sembra conferire a tale fenomeno la classica caratteristica della punta dell’iceberg la cui estensione non si conosce precisamente, appunto perché sommersa.

Allora la domanda è :cosa emerge attraverso quella punta e cosa si agita nel sommerso più profondo? Il classico uomo della strada potrebbe dire che queste cose sono sempre esistite…..certamente SI’!…….ma assolutamente NO in queste proporzioni e con questa frequenza.

E allora facciamo un po’ di storia. Correvano gli anni ’60, quando dagli Stati Uniti veniva importato il movimento femminista la cui principale rappresentante era Jane Fonda, figlia del noto attore Henry Fonda, da cui aveva ereditato quel fascinoso carisma che li caratterizzava entrambi.

Da quel momento in poi si assiste all’avanzata del popolo femminile in termini di rivendicazione di diritti politici e civili alla pari con quelli già appartenenti agli uomini; (ad onor del vero qualcosa del genere già era stato anticipato in Inghilterra dal movimento delle suffragette e all’approdo del suffragio universale che in Italia vide le donne votare per la prima volta nel referendum del 1946 che sancì il passaggio dalla monarchia alla repubblica).

Negli anni ’60 e ’70  il movimento per l’emancipazione delle donne si coniugò con le lotte operaie e studentesche nell’ambito della lotta politica di ispirazione marxista che promuoveva l’emancipazione di tutti quei ceti, classi e soggetti più deboli e oppressi dal capitalismo imperante, soggetti che  mai avevano trovato voce nel capitolo della storia dell’umanità, di cui anche le donne avevano certamente fatto parte fino a quel momento.

Dagli anni ’80 in poi si assiste ad una biforcazione fatale: mentre la promessa di libertà ed uguaglianza sociale d’ispirazione marxista attuata dai regimi comunisti ha vacillato fino all’ecclissi totale, la marcia del popolo femminile che rivendicava libertà ed uguaglianza sociale si è rivelata inarrestabile ed è proseguita fino ai giorni nostri.

Oltre all’aborto e al divorzio, conquiste di vecchia data, la parità dei diritti per lo studio, per il lavoro e soprattutto per poter ricoprire posti di rilievo nelle alte sfere del potere politico, accademico, amministrativo, economico nella piccola, media e grande industria. Insomma donne manager!……donne in carriera!…..donne che non recedono che non hanno più paura di chi per secoli le ha estromesse dalla gestione della RES pubblica e privata. (si noti come sono stati declinati al femminile termini come sindaco, ministro, cosa inconsueta e impensabile 30/40 anni fa).

La conquista di quei territori che tradizionalmente appartenevano all’uomo ha significato per quest’ultimo l’erosione implacabile del “suo potere sulla donna” che lo confina nell’angoletto angusto del vissuto di piccolezza impotente, incapace di ricostruire il senso di un proprio SE’ a prescindere dalla donna.

In questa situazione qual è il colpo di grazia che potrebbe ricevere il povero ometto?

Esattamente quello dell’ABBANDONO che rovescia completamente i ruoli tradizionali; abbandono che risuona più o meno così: “ Non solo posso vivere tranquillamente da sola, ma vivo molto meglio senza colui che pretende ancora di essere il padrone della mia vita e che invece l’affossa!”.

E’ lo smacco terrificante, intollerabile  che incute smarrimento e terrore negli uomini e fa esplodere la violenza omicida.

E’ lo smacco che , come la cartina al tornasole, svela la verità che è sempre esistita anche quando non si vedeva: affettivamente l’uomo è sempre stato più debole e dipendente dalla donna anche quando sembrava il contrario, semplicemente erano le sue orge di potere che gli facevano credere il contrario e producevano socialmente questa distorsione percettiva; (guardate i destini di una coppia di vecchietti: muore lei , lui si sente perso, muore lui, lei se la cava).

Ma adesso che il cristallino della storia ha rifocalizzato l’immagine corretta saranno gli uomini capaci di ritrovarsi!?……..ai posteri l’ardua sentenza!

 

 

STATISTICA E DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Secondo l’allora ministro della sanità prof. Veronesi , nell’anno 2001 quasi mezzo milione di persone in Italia ha sofferto di disturbi del comportamento alimentare.

Ben 65.400 tra le giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni , pari all’1,5% della popolazione femminile, hanno ricevuto la diagnosi di anoressia e bulimia.

Ogni anno si contano 8500 nuovi casi in entrambe le sindromi e nonostante siano patologie tipicamente riscontrate tra le donne (il rapporto tra i sessi è di un caso tra gli uomini per dieci tra le donne) sono sempre più diffuse anche tra gli uomini.

Quasi “un contagio” sostiene il ministro “contro il quale bisogna combattere”.

L’aspetto più grave dell’anoressia è rappresentato dall’alto tasso di mortalità che, pari al 10% a dieci anni dall’inizio della malattia, sale fino al 20% a distanza di vent’anni.

Per il prof. Manara, presidente della Società Italiana dei Disturbi del Comportamento Alimentare va lanciato l’allarme sul problema delle ricadute che sono frequentissime.

Solo per la bulimia il rischio di recidive si aggira intorno al 30-40% dei casi. In molti paesi occidentali organi di ricerca, istituzionali e privati, hanno prodotto stime dell’entità e della diffusione di queste sindromi.

Secondo il “National institute of Mental Health”, i disturbi del comportamento alimentare crescono in modo predominante, ma non esclusivo, tra le adolescenti e le donne adulte (90% del totale dei casi), con un’età mediana d’insorgenza pari a 17 anni.

Negli Stati Uniti la percentuale di casi diagnosticati tra le donne, nel corso del 2001, è compresa tra 0,5-3.7% per l’anoressia e 1,1-4.2% per la bulimia.

Inoltre, il 2.5% della popolazione totale ha sofferto di “binge eating disorder” (disturbo dell’alimentazione incontrollata).

Nella bulimia, la cui definizione di remissione consiste nell’assenza di sintomi per almeno 4 settimane, circa il 25% delle remissioni ha una recidiva in meno di tre mesi.

A distanza di 9 mesi dalla remissione solo il 49% delle persone non ha ricadute. “L’eating disorders association” britannica denuncia che nel Regno Unito ci sono almeno 60.000 persone con diagnosi di disturbo alimentare, ma ritiene plausibile che siano più di 1 milione i soggetti affetti da queste patologie.

Questa notevole sottostima sarebbe dovuta alla riluttanza con cui ci s’informa sul problema e si chiede aiuto, così come alla difficoltà nel formulare la diagnosi.

Nel 1998 la Commissione Europea ha finanziato il progetto di ricerca “Global Eating Disorders Approach” con l’obbiettivo di aumentare il livello d’attenzione tra i medici di base e l’opinione pubblica, nei confronti dei problemi causati dai disturbi del comportamento alimentare.

Finora sono stati coinvolti in tutta l’Europa ben 10.000 medici di famiglia che, una volta formati, dovranno essere in grado di effettuare diagnosi precoci e prevenzione tra i giovani.

Secondo il Los Angeles Times “ 30 miglia a sud dalla frontiera della affamata Corea del Nord, le giovani donne della capitale sudcoreana digiunano, vittime non della mancanza di cibo ma della moda….. Se l’Asia può essere usata come un indicatore della diffusione del fenomeno , allora i disturbi alimentari vanno verso la globalizzazione”.

Lo psichiatra coreano Joon Ki sostiene che l’aumento di queste patologie negli ultimi anni è stato fenomenale. Essere magri è giudicato in, il grasso è out. Ciò è interessante perché perché gli asiatici sono in genere più magri e più minuti dei caucasici, ma il loro obbiettivo è diventare ancora più magri.

Secondo lo psichiatra Lee, direttore del centro universitario dei disturbi del comportamento alimentare di Hong Kong “ La prevenzione culturale non è dare il Prozac o prescrivere la psicoterapia , ma trovare i metodi sociali per dare potere alle donne.

La società giudica le donne ancora troppo dal punto di vista fisico”.

Gli esperti discutono sull’origine del fenomeno dividendosi tra chi vede una sorta di contagio di patologie occidentali veicolato dalla moda, la musica e i mass media, e chi invece pensa sia dovuto all’aumentato benessere , alla modernizzazione ed alle richieste conflittuali che oggi ricadono sulle giovani donne.

Dott. Parisella Umberto, via Taranto 114,  zona San Giovanni (uscita metro A San Giovanni) Roma.

BIBLIOGRAFIA

S. Mallone, Epidemilogia dei disturbi del comportamento alimentare, in L. Costantino, L’anoressia nervosa, storia, psicopatologia e clinica di un’epidemia moderna, Liguori, Napoli, 2008

MOBBING

MOBBING

mobbing

mobbing

 

Mobbing è’ una parola inglese traducibile con “maltrattamento”.

Indica un fenomeno di bullismo tra adulti nel mondo del lavoro, una persona diventa vittima di uno o più colleghi, si prende la colpa per problemi ed errori di cui non ha responsabilità, ogni minimo pretesto viene sfruttato per rimproverarla ed isolarla.

A differenza del bullismo tra giovani, la violenza nel mobbing è spesso sottile; la  vittima  viene scelta di solito perché più indifesa, perché ha un carattere meno assertivo o semplicemente perché è nuova nel gruppo di lavoro.

Più la persona si isola e diventa debole, più viene attaccata e maltrattata dagli altri.

Come nel bullismo molte persone anche se non sono diretti aggressori, diventano complici della situazione, per esempio trasformando la vittima in “caso problematico”, considerandola una persona che lavora male, asociale, incapace di integrarsi.

Può succedere che il capo dell’azienda intervenga rimproverando la vittima per il suo stesso comportamento, innescando il classico circolo vizioso.

Le conseguenze possono essere gravi (disturbi psicosomatici, insonnia, depressione), determinando assenza o addirittura allontanamento definitivo dal lavoro, fino a casi estremi di suicidio.

Rientrano nei casi di mobbing le “molestie sessuali” da parte del datore di lavoro, di cui sono certamente vittime predestinate le donne.

C’è  da notare che la percentuale dei casi di mobbing è molto più alta nei paesi nord-europei che non in Italia, si attesta intorno all’età media (30-50 anni) ed aumenta nel settore lavorativo pubblico.

Infine, c’è da notare che la denuncia per mobbing è molto temuta dalla aziende in quanto comporta notevoli risarcimenti economici nel caso in cui il mobbing venga riconosciuto.

La sede dello studio del Dott. Parisella Umberto si trova in via Taranto 114,  zona San Giovanni (uscita metro A San Giovanni) a Roma. (RM) – Tel. 06 7020885 – Cel. 339 3884179 | parisum@tiscali.it | P.I. 04848311009 | Note Legali|Privacy Policy