Pubblicazioni

LO SPORT, IL CALCIO E IL TIFO

I PUNTI DI VISTA SUL CALCIO

Questo articolo è dedicato ad approfondire i legami che intercorrono tra lo sport ,il calcio e il tifo, nel tentativo di sbrogliare la matassa emotiva di un fenomeno come quello calcistico che ha il potere di scatenare passioni incontrollate, amori sviscerati, fedeltà infinita, come pochi altri sport al mondo.

Dunque, partiamo da un riferimento storico imprescindibile che porta il nome di Pierre De Coubertin (1863-1937), fondatore dei moderni giochi olimpici: lo sport deve incarnare i valori della lealtà, dell’onestà e soprattutto dell’obbiettività del giudizio sui risultati ottenuti, che rappresentano anche i valori etici imprescindibili su cui è possibile fondare la vita umana e sociale.

Lo sport come maestro di vita che ti insegna a vivere! E’ questo il motto riassuntivo de coubertiano e da questo punto i vista il calcio è semplicemente uno sport come tutti gli altri, in cui devono trionfare i principi/valori del rispetto dell’avversario, dell’onestà, della lealtà, affinchè vinca chi se lo merita, vale a dire il “migliore”.

Ne consegue che lo spettatore che rivendica di essere uno sportivo per mantenersi nell’equilibrio di un giudizio obbiettivo non può e non deve parteggiare per nessuna parte, pena la caduta della sua sbandierata sportività.

Il suo approccio sarà quello di un esteta che in modo disincantato potrà al massimo gridare: “Vinca il migliore!”. Se ne conclude che un vero sportivo non potrà mai essere un vero tifoso.

Spostiamo l’angolatura verso i protagonisti di questo sport chiamato calcio, vale a dire i calciatori ( a cui aggiungo anche gli allenatori).

Dal punto di vista dei calciatori il calcio non è soltanto uno sport da giocare, ma una vera e propria professione (peraltro molto redditizia) che in barba alla linea integerrima dei valori sportivi di De Coubertin, segue piuttosto la linea economica del maggior profitto. Sono ormai pochi, se non pochissimi i calciatori che s’innamorano della maglia ( come spesso loro stessi fanno credere o come credono alcuni tifosi), ma è anche ingeneroso accusarli di “mercenarismo” ( come spesso fanno i tifosi perché li vorrebbero come loro).

I calciatori sono dei professionisti che si offrono “al miglior offerente”; ed è una logica, facendo le dovute proporzioni, che riguarda un po’ tutte le professioni.

Non c’è proprio nulla di cui scandalizzarsi! Forse l’unica eccezione riguarda proprio i conduttori radiotelevisivi di rubriche sportive che coniugano la passione con la professione. Spostando ancora l’angolatura del calcio dal punto di vista dei tifosi ci accorgiamo che né la logica sportiva, né tantomeno la logica economica riguarda il calcio vissuto dai tifosi.

Il tifoso vive il calcio secondo un ampio ventaglio emotivo che va dall’amore sviscerato per una squadra ( di solito è solo una) all’odio profondo (anche qui spesso è solo una) ed in mezzo la simpatia (solo per alcune) e l’antipatia (per altre ancora).

Nel vivere il calcio è capace di far suonare tutte le note del pentagramma sentimentale. Che piaccio o no, la sua è una posizione faziosa, partigiana, di parte e per tal motivo non potrà mai essere un vero sportivo.

Il tifoso gioisce per un rigore inesistente concesso alla propria squadra del cuore, così come gioisce per un rigore sacrosanto non concesso alla squadra avversaria. Dove sono i valori della sport!?…La risposta è semplice…non esistono! Non sono i valori dello sport che lui persegue, ma quelli del cuore! Essere tifosi significa essere “pro” ma fatalmente anche “contro”, significa tifare ma anche gufare.

Di solito, di tutto questo il tifoso ne va orgogliosamente fiero e lo rivendica come la dimensione che lo legittima proprio nel suo essere tifoso…senza vergogna! (spesso è così ,ma non sempre come vedremo in seguito).

Un’ultima notazione sui due estremi dell’universo affettivo: l’amore e l’odio calcistico. Entrambi, prima di essere comportamenti sono innanzitutto sentimenti.

Ma mentre il comportamento dettato dal sentimento d’amore non è mai incivile e anti-etico, il sentimento dell’odio che diviene comportamento aggressivo e violento rappresenta la sua degenerazione patologica e sociopatica che mette a repentaglio la vita di tutti e non può, in nessun caso, avvalersi di nessun alibi calcistico.

La dialettica della guerra tra le tifoserie dovrebbe rimanere una guerra senz’armi, una guerra ideale che si combatte ,oltre che sui risultati sul campo, anche sui canti, sui cori, sugli inni, sugli striscioni, sui simboli, sui colori e sulla storia di ogni squadra.

Ciò può valere come monito per quando gli stadi riapriranno.

FINTI TIFOSI-FINTI SPORTIVI, TIFOSI CIECHI

Dunque, per il discorso svolto fin qui il tifoso vero e verace è quello che ha la fierezza non solo di vivere tutta la gamma dei sentimenti che lo coinvolgono verso le squadre, ma soprattutto che ha il coraggio di comunicarlo sostenendo senza problemi di essere “di parte”.

Quindi, chi sono i tifosi che fingono di non esserlo? Sono quelli che si vogliono ammantare di un velo di sportività, ma in cuor loro tifano e gufano (come quelli veri), ma non hanno il coraggio di sostenerlo apertamente perché pensano che la legittimità dell’essere tifoso si affermi attraverso l’essere sportivi.

E’ questo l’errore di fondo che genera anche confusione dei comportamenti e la commistione di due aspetti entrambi legittimi, ma endemicamente, distinti e separati. Chi finisce in questa ambiguità comportamentale risulta malinconicamente fasullo; metà tifoso e metà sportivo, ma alla fine non è né l’uno né l’altro.

Il tifoso cieco, invece, è colui che incorre nell’errore esattamente contrario: spaccia la sua percezione da tifoso come quella assolutamente obbiettiva e incontrovertibile, per cui dopo che hanno negato due rigori sacrosanti alla squadra avversaria, dopo che questa ha preso 2/3 pali ed ha sempre attaccato mentre la squadra del cuore con un solo tiro in porta ha vinto la partita, è capace di dire: “ Li abbiamo stracciati!”.

A questo tifoso se è della stessa squadra del cuore lo si accoglie e gli si vuole bene lo stesso, ma se è della squadra avversaria, lo si giudica INSOPPORTABILE! Lo stesso giudizio del tifoso orbo giudicato in modo diametralmente opposto da altri tifosi come lui, conferma che nel “tifo” si rimane impligliati in quella matassa emotiva, da cui è difficile affrancarsi.

Queste situazioni con i relativi commenti finali non sono esempi così irrealistici, ma realmente accadono e rappresentano la conferma che nel calcio vige la legge emotiva degli affetti, mentre l’obbiettività del giudizio è fuorilegge.

A questo punto una domanda sorge spontanea: è possibile coniugare la sportività col tifo? E’ possibile mantenere la lucida percezione di una mente fredda con il calore del cuore che batte?

Idealisticamente, io penso di sì e mi spiego meglio: dopo aver ammesso che il gol a proprio favore era viziato da un tocco di mano (orbo pure il var?!) o che hanno regalato un rigore alla propria squadra del cuore o che hanno negato un rigore sacrosanto alla squadra avversaria (l’occhio dello sportivo) …aggiungere: “Bene…meglio così!” (l’occhio del tifoso).

TIFOSI SI NASCE O SI DIVENTA?

Spesso sento in giro frasi di questo tipo: “Ringrazio Dio, o mio padre, di avermi fatto nascere tifoso di questa o di quest’altra squadra”.

La frase nel suo senso complessivo, vuole esprimere il profondissimo attaccamento ai propri colori fin dalle origini del punto zero, pensando di esserlo sempre stati ancor prima della nascita; un po’ come fanno i bambini quando chiedono alla madre : “Mamma, ma dov’ero io prima di nascere?…o ancora dove si va dopo la morte?” E’ l’idea dell’infinità della vita che ci porta a pensare di essere sempre stati quello che si è e di continuare ad esserlo per l’eternità.

Prendendo però la frase suddetta alla lettera aggiungo che è un’ ASSURDITA’ sul piano scientifico e culturale. E’ un po’ come sostenere che si nasce scultori, pittori, matematici, ingegneri o biologi ( in bio-genetica si parla al massimo di predisposizioni potenziali che si intersecano con le situazioni/stimolo ambientali). Nessuno nasce tifoso ( interista, milanista, juventino laziale o romanista ecc.), ma lo SI DIVENTA!.

Quando ci si interroga sul COME si diventa tali, ci si accorge che i fili affettivi dell’innamoramento per la squadra s’intrecciano inesorabilmente con i fili degli affetti familiari.

L’attaccamento affettivo al proprio padre, madre, zii, fratelli, sorelle, cugini ecc. crea i destini della scelta futura della propria squadra del cuore, sia nel senso di leggere lo spartito calcistico così come è stato scritto e proposto in quella famiglia, sia nel senso di volerlo leggere al contrario per opposizione al padre, alla madre, al fratello o per compiacere lo zio prediletto che è della squadra opposta a quella del padre con cui il figlio è in polemica.

Identificazione, emulazione, adorazione, opposizione, amore e tenerezza, rancori e rimorsi, tigna e dispetti, colpa, vergogna e tradimenti; questi i meccanismi emotivi infiniti ed altri ancora (perlopiù inconsci) che regolano l’universo affettivo familiare, che sono gli stessi meccanismi implicati nella fatidica SCELTA CALCISTICA.

E ciascuno ha la sua storia vissuta e raccontata. La conclusione è che l’amore per la squadra del cuore è per definizione un AMORE INFANTILE, ma non nel senso dispregiativo del termine, ma proprio nel senso della purezza e dell’innocenza di essere un AMORE IDEALE, essendo il PRIMO AMORE conosciuto, prima ancora di quelli reali.

La squadra che si ama rappresenta proprio l’enfasi di un AMORE IMMAGINATO IDEALE, perché non è un oggetto che puoi possedere e consumare fisicamente come un libro, un’automobile o una donna…se tenti di farlo abbracci l’aria fatta solo di storia, simboli e colori.

L’amore per un giocatore, nemmeno il più amato e rappresentativo, non potrà mai competere con l’amore per la squadra, perché lui passerà, mentre la squadra continua, esattamente come la vita.

I RAPPORTI TRA CRISTIANESIMO E PSICOANALISI, RIVISITATI ATTRAVERSO UN’INTERVISTA A J.KRISTEVA

Breve biografia di J.Kristeva: nata a Silven (Bulgaria) nel 1941, è una linguista, psicoanalista, filosofa e scrittrice. Negli anni ’60 e ’70 ha collaborato con intellettuali del calibro M. Foucault, R. Barthes, J. Derrida e P. Sollers con cui si sposò. Nel 1979 divenne psicoanalista dopo aver seguito i seminari di J.Lacan. Ha incrociato i saperi tra semiologia e psicoanalisi. Insegna semiologia alla State University of New York e all’università parigina Denis Diderot. Dirige il centro R. Barthes. Nel 2018 riceve la laurea magistralis honoris causa in “Traduzione specialistica e interpretariato di conferenza” presso la libreria universitaria di “Lingue e Comunicazione” IULM di Milano. E’ stata considerata una delle maggiori esponenti del femminismo francese insieme a S. De Beauvoir, H. Cixous, L. Irigaray.

Intervista del 16/3/2006 a J. Kristeva di C. Folscheid, pubblicata in “Paris de Notre Dame”, settimanale della diocesi di Parigi, in vista della conferenza di Quaresima, annunziata per il successivo 19 marzo. (I=Intervistatore; K=Kristeva).

(I) Secondo lei i cristiani cosa s’aspettano di sentire da lei sul tema della sofferenza? Cos’ha da dire una psicoanalista?
(K)…..Forse semplicemente una presenza. “Essere presente al dolore” come lo vivono a partire dalla loro fede…..La mia lettura di Cristo mi conduce ad un sogno: le vere alleanze, necessarie contro la barbarie in aumento, potrebbero essere strette non solo, e probabilmente non tanto tra cristianesimo e le altre religioni oggi tentate dall’integralismo, ma tra il cristianesimo e la visione della complessità umana alla quale io aderisco, derivata dal cristianesimo, benchè ormai distaccata da esso, e che coltiva l’ambizione di spiegare le strade rischiose della libertà…. ( Kristeva, “Bisogno di credere”, 2006, pag.114)

(I)Che cosa vuol dire soffrire?
(K) L’esperienza analitica e la mia vita personale mi hanno convinta del fatto che la felicità non è che un lutto della sofferenza…..I pazienti vengono a consultarmi per confidarmi sofferenze incommensurabili; prima di rendersi conto che non è possibile eleminare la sofferenza alla radice, ma la si può attraversare all’infinito: avviando nuovi legami, linguaggi, creatività, un altro rapporto con il tempo. Una sorta di rinascita, di serenità, di gioia. L’esilio che ho vissuto a 24 anni, è una prova dolorosa, anche se in apparenza è stata una “Integrazione riuscita”. La malattia neurologica di mio figlio mi ha avvicinato al mondo dell’handicap, ancora molto isolato, nella nostra Repubblica fondata sulla fraternità. A catturare il mio interesse è stato il genere del romanzo giallo, perché sono convinta, come Freud (che ha letto i gialli solo alla fine della sua vita), che la società sia fondata sul crimine. Di quale sofferenza stiamo parlando? Di quella dell’innamorato o dell’innamorata? Di quella del disoccupato? Del malato? Dell’handicappato? Della donna? Dello straniero? Del moribondo? Ognuna è incommensurabile e solo una parola, spero quella dell’analista, a volte quella dell’arte, riesce ad accostarsi alle loro verità. (Kristeva “Bisogno di credere”, 2006, pagg.115-116).

(I)Bisogna aver conosciuto la sofferenza per parlarne?
(K) Pretendere di non aver conosciuto la sofferenza equivale semplicemente a negarla. La vita psichica di noi esseri dotati di parola è il risultato di un lungo “lavoro negativo”: nascita, separazione, frustrazione, carenze varie, altrettanti varianti della sofferenza. E molte sofferenze fisiche sono inseparabili dal dolore psichico, sempre che quest’ultimo non le condizioni fin dall’inizio, o addirittura le aggravi. (Kristeva, “Bisogno di credere”, 2006, pag.116).

(I)La sofferenza non è ciò che più la induce a dubitare dell’esistenza di Dio?
(K) Certamente no, io non sono credente per ragioni filosofiche molto più complesse. Del resto, chiedere a Dio di essere un analgesico onnipotente non è già una sorta di nichilismo? Quest’esigenza riduce di per sé il divino ai piccoli casi dell’esistenza umana. ( Kristeva, “Bisogno di credere”, 2006, pag.116).

(I)Nel cristianesimo e nella psicoanalisi la sofferenza umana non ha lo stesso senso. Quali sono secondo lei le divergenze e i punti di contatto?
(K) Fin dall’antichità, la tradizione occidentale definisce la sofferenza in modo negativo, come una cessazione del piacere. Freud erediterà quest’approccio, quando attribuisce il disagio psichico e le sue somatizzazioni ai fatti della vita sessuale e all’impasse del desiderio. Completa però il suo approccio quando comincia ad analizzare gli stati melanconici e depressivi, e quando introduce nell’inconscio la nozione di pulsione di morte accanto al principio del piacere. La polisemia del termine “sofferenza”, provoca inevitabilmente sovrapposizioni tra i significati che gli vengono attribuiti dalla psicoanalisi e dal cristianesimo. Le differenze tra i due approcci sono ciò nondimeno considerevoli, e la principale risiede nel fatto che per la psicoanalisi la sofferenza psichica, lungi dall’essere un “valore”, è conseguenza della rimozione, della resistenza al piacere, del desiderio negativo di “non voler sapere”. Il cristianesimo, invece, inizia valorizzando il dolore come una strada obbligata per ottenere l’Amore del Padre; tuttavia lo esaurisce (il dolore) nella rappresentazione della gioia con la sublimazione (musica, pittura, letteratura); e lo “sessualizza” più o meno inconsciamente, con quello che in seguito verrà chiamato “sadomasochismo” della mortificazione o della penitenza. Eppure due punti in comune ci sono: il riconoscimento della sofferenza come parte integrante “dell’essere dotato di parola” e la “valorizzazione della lingua” quale strada maestra per attraversarla, per trarne sollievo (noi diciamo per la sua “ perlaborazione” e “sublimazione”). Il Concilio di Trento e poi l’arte barocca hanno sfruttato al massimo la tendenza propria del cristianesimo…destinata a rivoluzionare i tempi moderni: il cattolicesimo tridentino ha definitivamente tolto la sofferenza dalla sua posizione vittimista, ha sostituito la lamentazione con l’armonia dell’opera d’arte, l’ha trasformata in piacere. Né la sofferenza, né il piacere “possono dirsi direttamente”, afferma in sostanza l’arte post-tridentina: possono esprimersi solo con la trasposizione, lo spostamento, l’ellissi o la condensazione nella carne delle parole, dei suoni, delle immagini. Fino a ridere della sofferenza di sé, fino a desacralizzarla con il gesto stesso della rappresentazione, che la riconosce e la fa propria……(Kristeva, “Bisogno di credere”, 2006, pagg.116-117-118).

Da questo primo brano dell’intervista possiamo già scorgere un primo punto di contatto tra cristianesimo e psicoanalisi (forse il più significativo): il dolore psichico insito nella sofferenza umana, lungi dal rinchiudersi nell’angolo angusto del vittimismo che gode (sado)-masochisticamente del proprio sacrificio, può e deve dischiudersi verso l’Altro, trovando sfogo e respiro attraverso quel processo che conosciamo e che denominiamo “sublimazione”. L’elemento-guida che media il processo di sublimazione trasformando la sofferenza in gioia, non può che essere la parola-linguaggio di cui gli esseri umani sono dotati (credenti e non credenti); ma il fine di questa parola è quello di consegnarsi a quegli oggetti-meta sociali compatibili con l’etica culturale. Infatti, come sappiamo dal lascito freudiano, la sublimazione è l’unico meccanismo di difesa perfettamente riuscito che, salvando “capra e cavoli”, permette la scarica pulsionale verso scopi e fini sociali nobili di cui, come sottolineava Kristeva, le opere d’arte ne sono la più significativa espressione, ma non solo queste ( pensiamo allo sport, al volontariato sociale ed alla stessa religione). Cito alcuni brani significativi tratti da Freud “Psicoanalisi del genio”,1969).

“Le opere d’arte esercitano su di me un notevole effetto, particolarmente nel campo della letteratura e della scultura, meno spesso nella pittura. Per questo mi è capitato nella contemplazione di tali opere, di passare molto tempo davanti ad esse nel tentativo di conoscerle a modo mio, cioè di spiegare a me stesso a cosa fosse dovuto il loro effetto. Quando non posso fare questo, ad esempio con la musica, sono quasi del tutto incapace di provare alcun godimento” (Freud “Il Mosè di Michelangelo”,1914, in Freud “ Psicoanalisi del genio”, 1969, pag.235).

“La libido elude invece il destino della repressione perchè fin dal principio viene sublimata in curiosità e viene collegata al potente istinto di ricerca per rafforzarlo. Se pensiamo alla presenza in Leonardo dell’istinto dominante di ricerca e dell’atrofia della vita sessuale (che era limitata a quella che si definisce omosessualità ideale), saremo disposti a considerarlo un esemplare della nostra terza ipotesi. Il nocciolo della sua natura ed il suo segreto sembrerebbe risiedere nel fatto che egli riuscì, dopo che la sua curiosità era stata resa attiva durante l’infanzia al servizio degli interessi sessuali, a sublimare la maggior parte della sua libido in una brama di ricerca” (Freud “Un ricordo d’infanzia di Leonardo Da Vinci”, 1910, in Freud “Psicoanalisi del genio”,1969, pag.161)

E ancora:
“ Nella sua attività creativa, l’artista, come uomo, entrerebbe in contatto con l’inconscio (e non solo esattamente con il proprio inconscio personale), e lo esprimerebbe in sostanza d’arte, al di là delle barriere della censura e dei limiti imposti dalle resistenze morali” (Freud “ Deliri e sogni della Gradiva”, 1907, in Freud “Psicoanalisi del genio”, 1969, introduzione di F. Manieri, pag.11).

“ Il prodotto artistico si definirebbe allora come il risultato di una realizzazione oggettuale degli impulsi fondamentali e dei desideri dell’uomo, elaborata dentro “valori”. Questa realizzazione dei desiderata inconsci avverrebbe cioè attraverso oggetti che abbiano un più alto valore sociale e soddisfino esigenze e richieste socio-culturali elevate” (Freud “Psicoanalisi del genio”, 1969, introduzione di F. Manieri, pag.11).

“ Ne consegue che l’arte appare al filtro psicoanalitico come una delle condizioni psicodinamiche alternative (sublimazione) alla nevrosi e alle psicopatie, l’unica evoluzione non rimossa della libido perversa infantile, il suo “spiraglio sociale””. (Freud “Psicoanalisi del genio”, 1969, introduzione di F. Manieri, pag.28).

Riprendendo un primo passo all’inizio dell’intervista quando la Kristeva definisce la sofferenza come “essere presente al dolore”, quest’espressione si potrebbe tradurre come un rimanere fedeli al proprio dolore, o anche, inscriversi nel proprio dolore. Ma ogni dolore contiene ed è portatore di un desiderio recondito, implicito che non riesce a tradursi in discorso proprio perché bloccato dallo stesso dolore che lo frena e lo censura. Quindi iscriversi nel proprio dolore significa inscindibilmente anche essere inscritti nel proprio desiderio che attende tempi migliori per sublimarsi in qualcosa. Il codice del proprio desiderio è il codice della vita di ognuno; inscriversi in esso significa inscriversi nella vita che è di tutti. Proprio dal punto di vista del desiderio, vorrei prendere le distanze sia da Schopenhauer, che da Nietzsche. Dunque, Schopenhauer identifica la Volontà di vivere con il desiderio stesso (di vivere), affermando che seguire le smanie del desiderio significa subire lo smacco della frustrazione: o perché quel desiderio non si realizza, o perché ci costringe alla rincorsa nevrotica del desiderio successivo una volta esaudito il precedente. Quindi , sostiene che la salvezza dell’uomo consiste nel non-volere (desiderare) più niente, piegando la Volontà (Voluntas) in Nolontà (Noluntas), sottraendosi in tal modo ai capricci della Natura sovrana, di cui l’individuo è un umile servo inconsapevole. Tralasciando la criticabile scissione che lui pone tra la Natura umana e gli uomini che la costituiscono (come se la Natura esistesse astrattamente, a prescindere dai suoi esemplari e come se questi a loro volta non fossero portatori di una natura a loro immanente), Schopenhauer propone tre strade per affermare il principio di Nolontà: l’Arte, la morale della compassione, l’ascesi spirituale. Ora la domanda che pongo a voi e, idealmente, allo stesso Schopenhauer, le strade che lui propone per annullare la Volontà di vivere non rappresentano perfettamente un processo di sublimazione che lungi dal mortificare e annullare il desiderio (come lui vorrebbe), lo fanno invece ri-vivere in un altrove!? Potremmo concludere che Schopenhauer era un fautore/anticipatore del processo di sublimazione freudiano ma non lo sapeva?….forse…forse! Fatto è che il pessimismo radicale di cui si tinge la sua filosofia, sembra essere più apparente che reale, al contrario del pessimismo freudiano meno apparente e più sostanziale, ma anche più moderato, perché Freud qualche speranza la dà! Per concludere la notazione sull’apparente pessimismo/nichilismo di Schopenhauer, c’è anche da dire che, dalle biografie, risulta che lui fosse un uomo dotato di grande spirito, humor, ironia e amante della bella vita, grazie anche ad un cospicuo capitale ereditato dal padre che ha saputo ben amministrare. E adesso veniamo a Nietzsche. In “Così parlò Zarathustra”, Nietzsche annunziando la morte di Dio, auspica l’avvento dell’Oltre Uomo. Ma chi è l’Oltre Uomo? E’ colui che è attaccato ai valori della terra, che sa godere di tutti i piaceri/desideri materiali e carnali che la vita gli offre, nell’ottica di un godimento orgiastico secondo il culto del Dio Dioniso che vuole celebrare l’ebrezza della vita, cantando il suo inno. Ma la particolarità dell’Oltre Uomo nietzschiano è che vuole rimanere “superiore” a tutto ciò di cui gode, da qui la sua Volontà di Potenza. In pratica, un Io-ipertrofico onnipotente che mentre dà libero sfogo ai suoi desideri, ne è anche l’assoluto dominatore e tiranno. Per come la vedo io , l’Oltre Uomo di Nietzsche me lo fa assomigliare molto di più al padre primordiale dell’orda barbarica, di cui parlava Freud in “Totem e Tabù”, che gode di tutte le donne, esercita il potere di vita e di morte sui sudditi e sbarra la strada ai figli nell’accesso alla “funzione paterna”, di cui solo lui può e vuole essere l’interprete. Tale triste figura assimilabile a quella del dittatore che non è per niente estinta (come poteva pensare Freud in “Totem e Tabù”), rappresenta il godimento mortifero del desiderio; mortifero perché tale godimento avviene senza l’intermediazione del linguaggio che risulta esiliato da ogni processo di sublimazione. Sia Schopenhauer, sia Nietzsche, falliscono l’inscrizione nel codice del desiderio che è anche il codice del dolore, come i codici della Vita; il primo perché vorrebbe “mortificarlo” nichilisticamente; il secondo perché vorrebbe “sottometterlo” a sé, come se l’uomo potesse rappresentarsi secondo l’entità feticistica di un IO maniacalmente superbo, prescindendo dal nodo conflittuale tra dolore e desiderio, due fratelli inseparabili che pur litigando tra loro, vanno sempre a braccetto. Le loro filosofie si trovano agli antipodi, la dove ritroviamo gli stessi uomini: Schopenhauer, intellettuale colto, molto intelligente con la testa ben piantata sulle spalle; Nietzsche, una mente psichicamente labile che gli costò il ricovero in clinica psichiatrica. Ma torniamo all’intervista.

(I)Si dice spesso che i cristiani danno valore alla sofferenza, se ne compiacciono. Lei che ne pensa? Ad esempio, il testo delle Beatitudini: “Beati coloro che piangono”, lei lo intende come un elogio alla sofferenza?
(K) Questo testo ha il pregio di decolpevolizzare il dolore e può essere interpretato come una conquista della libertà umana. Tanto per cominciare le “Beatitudini” sottraggono la sofferenza al segreto della vergogna. Quando un depresso si concede di piangere sul lettino, lo psicoanalista capisce che il paziente si allontana dal suicidio. Resta comunque il fatto che la decolpevolizzazione dell’infelicità scade spesso a dolorismo compiaciuto o diventa addirittura uno strumento di ricatto. (Kristeva, “Il bisogno di credere”, 2006, pag.118)

(I)Secondo lei il cristianesimo ha rivoluzionato il modo di concepire e di accettare la sofferenza. In che cosa? Quali sono i suoi progressi e quali i limiti?
(I) In effetti il cristianesimo è l’unica religione che “dà del tu” alla sofferenza, che la fa propria….I limiti del soffrire cristiano? La compassione rischia di infantilizzare l’individuo che soffre, facendone un soggetto di cura, invece di incoraggiare in lui un soggetto politico….La compassione è impotente di fronte a quelle che io chiamo le “nuove malattie dell’anima”: il vandalismo, la tossicomania, le somatizzazioni gravi. Infine, la sofferenza in quanto violenza che ignora se stessa è spesso esplosa sottoforma di rituali mortiferi, quando non si è rovesciata in crudeltà vendicative, persecuzioni di eretici e guerre di religione sanguinarie. Le nuove varianti della sofferenza necessitano una delicatezza sempre più puntuale delle nostre interpretazioni e, di conseguenza, dei nostri modi di accompagnarle. Al contrario, la cultura catodica oggi sembra assai indifferente a questa preoccupazione. Preferisce far proprie forme degradate di compassione che, prive del pudore religioso con un sovrappiù di voyerismo, si pervertono in un diluvio di miserabilismo e di reality show….No, non dimentico che stiamo parlando del soffrire cristiano e dei suoi surrogati secolarizzati. Tuttavia, a differenza di Freud, io non dico che la religione è solo un’illusione e una fonte di nevrosi. E’ arrivato il momento di riconoscere, senza timore di far paura, né ai fedeli, né agli agnostici, che la storia del cristianesimo prepara l’umanesimo. Certo, l’umanesimo è in rottura col cristianesimo, ma a partire da esso….(Kristeva, “Il bisogno di credere”, 2006, pagg.119-120-121).

(I)A tratti si direbbe che certe parti del tuo testo avrebbero potuto essere scritte da un cristiano. Come reagisce a questa osservazione? Perché la sofferenza di Cristo la tocca a tal punto?
(K) La sua osservazione sarebbe piaciuta molto a mio padre. Uomo di fede ortodossa, prima di dedicarsi alla medicina aveva studiato teologia. E il cognome “Kristev” vuol dire “della croce”. Più seriamente, il Cristo è l’unica divinità che soffre e che muore prima di resuscitare. Possiamo preferirgli l’ebbrezza di Dioniso, come fa Nietzsche. Personalmente, ritengo che facendo del suo Dio un uomo di Dolore, il cristianesimo annuncia di aver scoperto che la depressione è una tappa indispensabile e decisiva per accedere al pensiero ( come dimostra la posizione depressiva del bambino, che prelude all’acquisizione del linguaggio). Ciò segnala anche che la sofferenza è l’opposto dell’esaltazione creativa (per esempio dell’artista)….C’era bisogno di interiorizzare la violenza sottoforma di sofferenza, di sondarne gli orrori e le delizie, per liberarla finalmente dalla passione e integrarla nell’”intelligenza amorevole”, nell’”amore intellettuale infinito”, con il quale Dio ama se stesso fino alla sua sofferenza a morte ( per riprendere la definizione del divino data da Spinoza). Vede, se cerchiamo di svelare i misteri del cristianesimo a partire dall’esperienza analitica, ma anche a partire dalla filosofia, dall’arte e dalla letteratura che molto spesso la precedono , ci sembra proprio che il Cristo conduca a Mozart: che il cristianesimo purifichi la sofferenza in gioia….il sacrificio si risolve in serenità, e ben presto in estasi….che dovrebbe far meditare, tra gli altri, i fanatici di Allah! (Kristeva, “Il bisogno di credere”, 2006, pagg.122-123)

(I)La psicoanalisi può spiegare la sofferenza?
(K) La psicoanalisi non spiega e non giudica nulla, si accontenta di trasformare. Si, succede di rado, ma succede: è un’arte, una vocazione per l’analista come per l’analizzando. Quest’alchimia presuppone che mi associ alla sofferenza dell’altro, che mi proietti in lui e che contemporaneamente me ne dissoci per interpretare il suo malessere diverso dal mio, e che solo così dia al sofferente divenuto analizzando un senso provvisorio, che gli permetterà di ricominciare daccapo. Questo scambio di transfert e controtransfert mi sembra essere la variante moderna del perdono, scriviamolo per-dono. Come il male subito o inflitto, la sofferenza non si è cancellata ma l’uno e l’altra fanno ormai parte della mia capacità di pensare e di condividere, e quindi di creare, Una sorta di ri-nascita. (Kristeva, “Il bisogno di credere, 2006, pag.123).

Veniamo con ciò al secondo punto di contatto tra cristianesimo e psicoanalisi (non meno importante), delineandone somiglianze e differenze. Dunque, sappiamo che la figura del figlio-uomo Cristo è consustanziale al Padre-Dio, sono la stessa persona: Cristo-Dio s’è incarnato Uomo per portare il Verbo dell’Amore, assumendo su di sè tutti i peccati del mondo attraverso il martirio della Passione che significa appunto Sofferenza. Ne consegue che la morte del figlio sulla croce segnala anche la morte di Dio (perlomeno per quel momento, ci sono varie discussioni tra i teologi cristiani a tal proposito, ma la fatidica frase: “Dio mio perché m’hai abbandonato”, risulta quanto mai esplicativa). Ma si sa, Cristo essendo anche Dio, dopo tre giorni risorge. Anche nell’ambito psicoanalitico la sofferenza umana non è solamente la sofferenza fisica del/nel corpo del figlio (uomo), ma anche la sofferenza psichica del/nel divino della mente (spirito, anima, Dio). Quell’uomo che incontra quel DIO che l’ha VOLUTO COSI’ COM’E’, cristianamente ri-sorge, o più laicamente ri-nasce, come diceva Kristeva nell’intervista, (socraticamente conoscere se stessi). A tal proposito, il rito dell’eucarestia (comunione), vale a dire introiettare il corpo di Cristo e bere il suo sangue, significa il ringraziamento del credente per la promessa/certezza della propria resurrezione; promessa fatta da Cristo a tutti coloro che credendo il lui, risorgeranno; (efxarestia= ringraziamento). Nella chiesa cristiano ortodossa (in parte anche in quella evangelica) il rito della eucarestia si dice kinonìa, (kinòs=comune), che vuol dire appunto essere, vivere un destino comune (com-unione) e si celebra senz’ostia ma tradizionalmente col pane e col vino. Sull’esempio di Cristo , la passione per un buon cristiano , non può esimersi dal diventare com-passione, cioè la capacità cristiana di con-divisione della sofferenza umana, proprio perché siamo tutti figli di quel Dio che per primo ha dato l’esempio: essere capaci di con-dividere la propria sofferenza con quella degli altri, evitando le tristi quanto inutili derive doloriste, vittimiste e sado-masochiste. Anche nello studio dello psicoanalista si con-divide la sofferenza, con una piccola ma fondamentale differenza rispetto alla reciproca com-passione tra cristiani. La com-passione in psicoanalisi non può e non deve essere intesa come con-divisione assolutamente egualitaria e paritetica, nel senso che il paziente dà la sua sofferenza allo psicoanalista, mentre lo psicoanalista dà la sua al paziente, secondo uno scambio perfettamente reciproco e paritetico. La con-divisione va (o dovrebbe) essere intesa nel senso che c’è una persona che” porta la sua sofferenza” (paziente) e la mette nelle mani di un altro “che se ne fa carico” (psicoanalista). Al di là della più o meno bravura dell’analista è questo tipo di rapporto/scambio che giustifica e legittima deontologicamente il pagamento della parcella. La legittimazione della parcella non è in riferimento né alla bravura dell’analista, né legato al raggiungimento del buon esito (sappiamo che non esistono garanzie in merito), altrimenti, seguendo questo ragionamento, l’analista non dovrebbe essere pagato nei casi di fallimento dell’analisi; casi che sono sempre esistiti e continuano ad esistere. Il significato umano che legittima il pagamento della parcella è da inquadrare semplicemente nell’assunzione di responsabilità della sofferenza dell’altro” che rappresenta anche il dovere professionale dell’analista. Nel caso contrario, di uno scambio perfettamente reciproco e paritetico (come quello tra amici), non si capirebbe più perché il paziente dovrebbe pagare tale parcella; parcella che invece paga, a volte anche profumatamente. Sappiamo, purtroppo, l’esistenza di casi (riportati anche dalla bibliografia scientifica) in cui il terapeuta e/o analista racconta le sue disgrazie e ammorbando il paziente con i suoi problemi, finisce per strumentalizzarlo; mi risulta che qualcuno piange in seduta, magari legittimando quest’atto volendosi porre come specchio della sofferenza dell’altro. Intendiamoci, la sofferenza è di tutti! Come tutti anche Il terapeuta/analista ha tutto il diritto di soffrire, si tratta solo di individuare i giusti contesti, tutto qua. Concluderei con un passo molto avvincente di Kristeva:

“ Così dunque, inserendo la sofferenza come elemento interno al legame amoroso con il Padre che ama e, di conseguenza, con gli stessi esseri umani, il cristianesimo non si limita ad erotizzare il malessere (fa anche questo), destina la sofferenza alla con-divisione, il che vuol dire che la destina a un pensiero indissolubile dall’immaginario amoroso. Non esiste atto d’amore in grado di consolare la sofferenza, se non è preceduto dalla parola, dall’immaginazione, dal transfert/controtransfert tra il consolato e il consolante. E’ ciò che il cristianesimo cerca di fare, quando riconosce questo tendere (questa versione) disperato verso il Padre Ideale che è la sofferenza psichica, e che aggrava ogni altra sofferenza; è quello che il cristianesimo cerca di fare soprattutto quando trasforma questa père-versione in creatività, in sublimazione, in arte di vivere”. (Kristeva, “Bisogno di credere”, 2006, pagg. 138-139).

BIBLIOGRAFIA

S. FREUD “Psicoanalisi del genio”, Newton Compton, Roma, 1969
S.FREUD “Il Mosè di Michelangelo”,1914, in “Psicoanalisi del genio”, Newton Compton, Roma,1969
S.FREUD “Un ricordo d’infanzia di Leonardo Da Vinci”, in “ Psicoanalisi del genio”, Newton Compton, Roma, 1969
S. FREUD “Deliri e sogni della Gradiva”, in “ Psicoanalisi del genio”, Newton Compton, Roma, 1969
S. FREUD “Totem e Tabù”, 1912-13
J.KRISTEVA “Bisogno di credere”, Donzelli, Roma, 2006
A. SCHOPENHAUER “Il mondo come volontà e rappresentazione”,1819
F. NIETZSCHE “ Cosi parlò Zarathustra”, 1883-85

CORONA-VIRUS: LA SOLITUDINE DELLA DISTANZA SOCIALE

Dunque, partiamo da una concezione della natura umana, tra l’altro perfettamente condivisibile e condivisa nei secoli della storia: L’ANIMALE UMANO E’ UN ANIMALE SOCIALE? La risposta è sì!… e il buon Aristotele aggiungerebbe che proprio per questo è anche un animale parlante.

Bene! Essere animali sociali significa essere animali aperti in costante comunicazione l’uno con l’altro, fin da quando il bambino è ancora nella vita intra-uterina, attraverso il cordone ombelicale,  è in costante comunicazione con la madre  e per tutta la vita  sarà sempre in comunicazione con qualcuno nella sfera sociale, lavorativa, affettiva o del tempo libero.

Che cosa possono comunicare gli uomini tra loro? Praticamente tutto: gioie, dolori, illusioni, delusioni, disillusioni, innamoramenti, tradimenti, perdoni, vendette, pensieri, idee, emozioni, nessuno glielo impedisce, se non loro stessi.

Non c’è nessun limite alle possibilità di scambio attraverso la comunicazione: far assumere all’altro l’esperienza di vita che stiamo vivendo (farlo diventare un po’ come noi stessi nell’attimo della comunicazione a lui dei nostri vissuti) o, al contrario, assumere noi l’esperienza del vissuto di vita dell’altro e sentirci per quell’attimo esattamente come si sente lui.

Lo scambio mentale tra le menti umane non ha nessun limite imposto da Madre-Natura: attraverso il linguaggio verbale ma anche non-verbale (atti, gesti, sguardi, posture) gli esseri umani si contagiano e nelle sequenze comunicative l’uno può ritrovarsi al posto dell’altro e l’altro al posto dell’uno.

Ma c’è una struttura che rimane irriducibile alla possibilità di essere   scambiata: questa è la singolarità del  CORPO che ogni persona si porta appresso e che la àncora all’individualità unica e irriducibile della propria esistenza.

Qualche esempio potrà essere utile: una madre  ha il proprio figlio in ospedale gravemente malato che accusa forti dolori.

Il figlio potrà comunicare alla madre l’esperienza terribile del dolore che potrà anche essere alleviata dall’ascolto, carezzevole, compassionevole dell’amore struggente di una madre per il proprio figlio.

E’ molto probabile che questa madre desidererebbe volentieri cedere al figlio un po’ del suo corpo  sano e prendersi un po’ dei dolori del corpo martoriato del figlio……invece  potrà fare tutto,  MA NON QUESTO! 

Possiamo scambiare praticamente tutto anche il dolore morale, il cordoglio come accade nei funerali o  l’esilarante gioia festaiola, ma il fatto che non possiamo scambiare il dolore fisico, il fatto che il proprio  corpo non è riducibile o sostituibile col corpo di un altro, è la testimonianza più pura della nostra  unicità ma anche della nostra più profonda solitudine biologica.

Qualcuno potrà dire come la mettiamo con quelle persone, chiamate giustamente EROI che sacrificano la propria vita per salvare la vita di un altro.

L’eroe non trasferisce il proprio corpo al posto del corpo dell’altro, ma dona la sua vita sacrificando il proprio corpo  per salvare la vita che scorre nel corpo dell’altro: Non  c’è scambio di corpi, ma solo scambio di vite e di persone  Questo dato materiale non barattabile che chiamiamo corpo, se  costituisce l’unicità della persona, ne rappresenta anche la sua “nudità”, sartrianamente la sua solitudine esistenziale senza scuse, il suo essere esposto all’ineluttabilità della morte. 

Se parliamo di morte naturale (e non di altre morti) è sempre uno che muore,  non muoiono tutti insieme. Venendo ora alle contromisure prese sul corona-virus che cosa dobbiamo dire in merito.

Le contromisure relative  alla “distanza sociale” (termine orrendo), proprio in quanto  preservano il corpo  dal rischio del contagio attraverso la proibizione del contatto, producono il suo isolamento sociale restituendogli   l’angosciante verità di essere solo al mondo.

Non potersi guardare, toccare, parlare da vicino, non potersi muovere liberamente come vorremmo, ci salva e ci distrugge insieme. Assomigliamo un po’ a delle monadi leibnitziane che si muovono nello spazio sociale con i loro scafandri profilattici con scarse comunicazioni con l’esterno, badando bene a non contagiarsi e contagiare: questa è la mentalizzazione del senso angoscioso di solitudine  che vive certamente una mente, ma solo perché il suo corpo è condannato a esistere “da solo”.

E che dire di tutti quei morti (vecchi ma anche giovani) costretti a morire nella più desolante solitudine senza il conforto dei loro cari, i quali, a loro volta  condannati alla straziante consumazione della perdita nell’isolamento più totale. Attenzione!

Non sto dicendo che le contromisure preventive contro il corona-virus siano sbagliate (limitazione degli spostamenti, distanza sociale ecc.), sto semplicemente dicendo che queste contromisure, probabilmente giuste,  ci stanno  sbattendo in faccia una triste verità occultata nei tempi di vita sociale libera e felice, quando lo scambio umano è permesso e quindi possibile, quando la libertà di movimento esorcizza l’idea della morte illudendoci di essere immortali.

 La verità nascosta che sta tornando a galla è che siamo soli al mondo, ed è proprio il nostro corpo, la sua irriducibilità che  ce lo ricorda.  Da questo film di fantascienza che vede lo spazio-tempo sociale “sospeso” (anche quello famigliare), presto o tardi ne usciremo; molti ne usciranno con le ossa rotte (soprattutto psicologiche), ma sono sicuro che molti altri, invece, ne usciranno rafforzati, perché se c’è una lezione che questo virus potrebbe insegnare a tutti è la possibilità di confrontarsi con la morte, di cui il nostro misero corpo ne è il testimone.

Nell’ultima strofa della poesia “A Silvia” di Leopardi c’è la mano di Silvia che indica a tutta l’umanità  il suo triste destino: una tomba ignuda.

Ma la mano di non è solo quella di Silvia ma quella della  vana speranza umana di essere immortali.

Se Epicuro o Democrito tornassero in vita ci direbbero: se non si muore di corona-virus di qualcosa su dovrà pur morire! Pacificarsi con la morte, questa è l’unica speranza umana.

E’ proprio il caso di dire che non tutti i mali vengono per nuocere, o perlomeno, non solo per nuocere. 

VADEMECUM DELL’ANSIA-CORONA-VIRUS

 

Cari italiani siamo in un momento molto difficile…..lo so! E come diceva il nostro presidente del consiglio, Giuseppe Conte, siamo “tutti nella stessa barca”.

E’ un momento epocale ma in senso negativo, perché c’è un maledetto parallelismo tra biologia e psicologia: come il nostro “apparato immunitario” non è attrezzato per produrre i necessari anticorpi per combattere questo nuovo virus, così la nostra “mente” psicosociale non è attrezzata per affrontare questa esperienza, molto semplicemente perché non l’ha mai vissuta.

Potrà sembrar paradossale (e forse anche un po’ cinico), ma i nostri vecchi che, in questo momento sono le persone più fragili sul piano biologico, sono  più forti di noi sul piano esperienziale perché hanno vissuto le vicissitudini della guerra (fame, miseria, razionamenti, rastrellamenti, paura, angoscia quotidiana di perdere la vita in ogni istante).

A detta di molti studiosi non dobbiamo troppo facilmente assimilare questo periodo a quello della guerra (che in molti paesi ….ahimè! ancora regna sovrana), perché quest’ultima è stata ben peggiore del periodo attale. Dunque…veniamo a noi!

Mi limiterò a parlare e a distinguere la paura, l’ansia, il panico, le profilassi e i necessari accorgimenti per produrre quelle risposte che ci vedono capaci di RESILIENZA, vale a dire capaci di sviluppare quelle energie vitali, efficaci per uscir fuori dallo stato/momento negativo, o come direbbe un altro studioso (di cui adesso non ricordo il nome), riuscire a trasformare il momento negativo in atto creativo.

PAURA

La paura è un’emozione-reazione assolutamente positiva perché si pone al servizio della sopravvivenza psico-fisica dell’essere vivente, quando una qualche fonte di pericolo mette a repentaglio la sua incolumità.

Gli uomini hanno imparato ad avere paura per difendersi dai pericoli esterni e a sviluppare le reazioni più opportune che salvaguardino la loro vita. Sul piano psico-biologico le reazioni più comuni tra tutte le specie viventi animali sono fondamentalmente due; l’attacco o la fuga. (Darwin docet!).

Facendo degli esempi: difronte ad un leone o nel bel mezzo di un terremoto si ha paura e terrore, non propriamente ansia (anche se spesso i due termini divengono intercambiabili); difronte ad un rapinatore proviamo la stessa paura e potremmo sempre decidere se attaccare o fuggire.

Certo! In certi casi la paura può portare alla “paralisi emotiva” che blocca ogni processo di pensiero  e strategia comportamentale, ma in tal senso la paralisi non è mai una reazione efficace al servizio della sopravvivenza.

Da non confondere la “paralisi emotiva” con la “decisione di rimanere immobili” p.es. difronte ad un cane che ci insegue, perché è “quella”  decisione che esclude l’attacco o la fuga , considerate controproducenti.

In conclusione, si ha paura (che può anche sconfinare in terrore) difronte al pericolo minaccioso proveniente da un oggetto/situazione realmente presente.

ANSIA

Chiariamo subito che l’ansia di per sé non indica uno stato di malattia, perché l’ansia al pari della paura è un “segnalatore” dell’imminenza di un pericolo rivolto all’Io-coscienziale (come già ben descritto dall’ultimo S. Freud).

Quindi è un segnale emotivo  che per quanto sgradevole nelle espressioni sintomatiche (sudorazione, accelerazione del battito cardiaco, palpitazioni, confusione mentale, amnesie, insicurezza ecc.) si pone comunque al servizio della sopravvivenza umana.

Ma, a differenza della paura è totalmente di natura psichica, dal momento che il pericolo viene avvertito dall’interno, anche in assenza di pericoli esterni reali.

Infatti, sarebbe più giusto parlare di “stato d’ansia”.

Si potrebbe anche descrivere l’ansia come “anticipatore” della paura reale, o paura della paura, o ancor meglio come paura di una paura futura.

Ciò che è facilmente constatabile sia nei quadri clinici dell’ansia nevrotica (fobie, stati depressivi, stati ossessivi-compulsivi ecc.), sia nelle situazioni quotidiane che producono l’ansia non nevrotica (ansia per l’interrogazione, ansia per un esame universitario, ansia per un concorso, ansia per la risposta di un esame clinico, ansia per la salute compromessa di un proprio parente, ansia per una risposta in amore, ansia d’abbandono, ansia durante le fasi di una separazione coniugale   ecc.).

PANICO

Quando non ci si confronta sui motivi dell’ansia (ciò vale sia per la “normalità” che per la “patologia”) non si riesce a gestirla e l’ansia potrebbe facilmente tramutarsi in angoscia e panico mettendo a soqquadro le funzionalità psichiche (black-out emotivo-cerebrale) come insegnano molto bene gli attacchi di panico.

Ritornando al nostro dannato corona-virus, abbiamo sia la “paura del contagio”, perché il pericolo è scientificamente oggettivo, sia “l’ansia del contagio”, perché questo nemico è invisibile.

Forse per la prima volta, si è creata una situazione  terribile e paradossale in cui paura e ansia vanno a braccetto: avere l’ansia costante per qualcosa che mette paura costantemente.

Al tempo della guerra, quando i bombardamenti cessavano cessava anche la paura, anche se si poteva avere l’ansia di quando sarebbero ritornati), ma le due cose non erano mai contemporaneamente presenti!

I MODI SBAGLIATI PER AFFRONTARE L’ANSIA-PAURA DEL CORONA-VIRUS

Sono due i modi sbagliati per affrontare tale situazione

  • NEGAZIONE

Negare tutto alla radice con argomenti del tipo: è tutta una montatura per destabilizzare l’economia mondiale; il corona-virus è come l’influenza che causa migliaia di morti ogni anno; a me non mi prende perché sono giovane; non rinuncio alla mia libertà individuale ecc.

In tal senso attenzione alle fake news o alle deliranti dichiarazioni di personaggi che, purtroppo, hanno una certa risonanza sui social-media, ciarlatani e millantatori (di cui taccio il nome), che danno dei visionari a tutti, dal presidente del consiglio a virologi e infettivologi accreditati.

Questa posizione negazionista intenderebbe esorcizzare la gravità del problema e con essa la paura e l’ansia umane

  • PANICO

Come abbiamo detto farsi prendere dall’angoscia e dal panico significa non    soltanto non prendere le giuste contromisure dettate da paura e ansia, ma finire in comportamenti irrazionali, inutili e il più delle volte lesivi della propria a altrui salute fisica e mentale

I MODI GIUSTI PER AFFRONTARE L’ANSIA-PAURA DEL CORONA-VIRUS

Ormai saprete a memoria e molto bene quali sono i giusti comportamenti da adottare anche per tenere in ordine il proprio assetto mentale.

Non sto qui a ripeterli.

L’unica raccomandazione è affidarsi a fonti autorevoli e accreditate, non esagerare con i social e non ascoltare solo programmi sul corona-virus.

Finora abbiamo affrontato la tematica dell’ansia in relazione alla paura del contagio, ma c’è un’altra fonte d’ansia che deriva dal fatto di essere barricati in casa, come se fossimo agli arresti domiciliari.

AGLI ARRESTI DOMICILIARI

L’essere segregati dentro le quattro mura domestiche genera altra ansia oltre quella del contagio.

Ne ho individuato perlomeno tre (ma sicuramente ce ne saranno anche altre).

1) L’ANSIA DEL FUTURO: quanto durerà?…..fin quando dovremo stare agli arresti domiciliari?…..e poi come sarà il futuro?…..quando usciremo dalla caverna ( Platone docet!) come sarà il mondo?….sarà un mondo  completamente trasformato!? Nessuno ha la risposta certa (nemmeno io!), per questo nel futuro vediamo solo una nuvola nera decifrabile solo con l’ansia;

2) LA DISTANZA-LONTANANZA: immaginate una coppia di fidanzati che non si possono frequentare, magari prossimi al matrimonio, o parenti stretti come genitori e figli che abitano in case diverse o anche semplici amici di vecchia data. Sì!…certo! il canale virtuale sopperisce al meglio delle sue possibilità ma il rovescio della medaglia è che  proprio il suo uso ci restituisce il vissuto di  violazione della nostra libertà individuale;

3) LA NOIA. Questa è forse quella componente ansiosa più insidiosa, perché la noia può facilmente ritramutarsi in ansia su come organizzare la propria vita dentro le quattro mura domestiche.

I RIMEDI ALL’ANSIA DI SEGREGAZIONE DOMICILIARE

Bisogna riuscire ad riorganizzare la propria vita…..non c’è dubbio!

Partiamo da quello che non si dovrebbe fare: ruminare e crogiolarsi nella noia e nell’apatia; atteggiamento che può sviluppare sintomi di malessere ipocondriaco, psicosomatico, effetti depressivi, stress o dar luogo a comportamenti di fuga verso piaceri orali che gradualmente diventano droghe intossicanti: eccesso di cibo, fumo, alcol.

Tale raccomandazione si rivolge particolarmente verso quei soggetti che già accusavano dei disagi psicologici pregressi.

Al contrario, cominciamo a vedere ciò che  innanzitutto può mantenere in buona salute il corpo: fare ginnastica quotidiana, sport per chi ha dei macchinari a casa, correre nei parchi ( mantenendo le distanze, non tutti i parchi sono stati chiusi, ma è probabile che fra un po’ li chiuderanno).

Per quello che riguarda la ginnastica della mente,  vi dico una cosa: Quante volte vi siete chiesti “ Ah!…..se non avessi il lavoro o la scuola che mi impegnano troppo.…potrei fare questo e quest’altro, ma non ho mai tempo!”.

Beh!….adesso il tempo ce ne avete abbastanza!

Ricominciate a tirar fuori i sogni nel cassetto.

I miei suggerimenti , lungi dall’essere indicazioni prescrittive, intendono fornirvi semplicemente lo “spunto mentale” per diventare più creativi e resilienti: leggere quei libri extra-scolastici che, impazientemente, vi aspettano da tempo nella libreria di casa; vedere film ed anche film in inglese per migliorare la lingua straniera; e ancora: riordinare finalmente  in un album tutte quelle fotografie sparse che non sapete nemmeno più dove stanno….è poi così banale!?; sistemare il vostro guardaroba che sembra un campo di battaglia per buona pace vostra e dei vostri familiari….è poi così banale!?; fare qualche lavoretto pratico-manuale…..è poi così banale!?…..riuscire finalmente ad intavolare quel discorso che vi sta tanto  cuore ma che non siete mai riuscire a dire a vostra marito, moglie, madre, padre, fratello o sorella….è poi così banale!?; e…. altro ancora.

Questo è il momento giusto!

Il momento in cui tutti noi italiani dobbiamo far battere i nostri cuori l’uno per l’altro!

W L’ITALIA!

Circumnavigando intorno al mondo della psicologia – intervista radio-mambo

Intervista radio-mambo “Circumnavigando intorno al mondo della psicologia”
Speaker-intervistatore di radio-mambo: Garcia Pa
Redattrice di radio-mambo: Fabiana Gentili
Intervistato: dott. Umberto Parisella

intervista radio-mambo:

DOMANDA: Può darci una visione generale di tutte quelle discipline che si occupano di salute mentale: psicologia, psicoterapia, psichiatria ecc.

RISPOSTA: La psicologia è una disciplina fondamentalmente accademica che studia i processi mentali con metodi sperimentali o meno, quali: la sensazione, la percezione, la memoria, l’oblio, il pensiero, il linguaggio ecc. Questo corpus dottrinario di teorie e concetti si può applicare ai vari campi psicosociali del mondo umano, nascono così le psicologie applicate come ad es.. la psicologia dello sport, la psicologia giuridica, la psicologia del lavoro, la psicologia dello sviluppo, fino a quelle più sofisticate, quali la psicologia dell’arte, della musica, della matematica. Una di queste psicologie è la psicologia clinica che si occupa della salute, del benessere e della cura applicata all’individuo e/o al gruppo. Il pezzo forte della psicologia clinica è rappresentato dalla psicoterapia , che come dice lo stesso termine (citando papà S. Freud) è cura con i “mezzi psichici”, i mezzi psichici sono i mezzi umani che naturalmente non possono prescindere dalla parola. Lo psichiatra non è uno psicologo, nel senso che non è laureato in psicologia, ma è un medico specializzato in psichiatria che può avvalersi anche dell’uso di farmaci affiancati o meno da un percorso psicoterapico.

DOMANDA: Può darci un minimo inquadramento storico di tali discipline?

RISPOSTA: La psichiatria è una scienza classificatoria delle malattie mentali che si afferma fondamentalmente nell’800 ad opera di grandi psichiatri , quali Pinel, Kraepelin, Bleuer. La psichiatria risente dell’impostazione medica , per cui la tendenza (in parte ancora attuale) è quella di concepire la malattia o il disturbo mentale come una disfunzione fisiologica del cervello causato da un cattivo funzionamento bio-chimico, da qui l’uso dei farmaci. Anche la psicologia nasce nella seconda metà dell’800, ma se scomponiamo etimologicamente il termine psicologia che vuol dire PSICHE=ANIMA e LOGOS=DISCORSO (cioè discorso o scienza dell’anima), non possiamo non dare ragione ad uno storico della scienza O’Neill che sosteneva che la psicologia ha una storia recente ma un passato antichissimo, dal momento che il concetto di anima ha rappresentato un oggetto di studio fin dall’antichità, a partire dai primi filosofi greci che rappresentano le fondamenta della cultura occidentale. In effetti la psicologia era contenuta nella viscere della filosofia fino alla seconda metà dell’ottocento , quando si dichiarò scienza autonoma, grazie a W.Wundt. Senza finire in una cronistoria stucchevole, possiamo individuare in Cartesio (1600) colui che individuò nell’ANIMA , L’ENTE PENSANTE (la res cogitans, la cosa pensante, il pensiero che pensa se-stesso, gli altri, il mondo). A seguire E. Kant e tutta la scuola fenomenologia-esistenzialista, fino a Freud. Mettere in evidenza il pensiero e quindi il linguaggio significa mettere in evidenza il concetto di MENTE e non quello di corpo e neanche di cervello che è solo il sub-strato materiale che supporta e permette i nostri pensieri, ma il cervello non è il pensiero. Noi siamo e diventiamo in base a come pensiamo e direi anche in base a come parliamo. Su questo punto vorrei essere preciso: se si ha un cervello malato per malattie congenite, genetiche, traumatiche, si produrrà sicuramente una mente patologicamente disturbata e disfunzionale; ma non è vero il
contrario: si possono avere dei quadri clinici portatori di sofferenza (dalla depressione, alle fobie, ai disturbi ossessivi, ai disturbi alimentari ecc) senza una chiara correlazione con qualche difetto organico nel cervello.

DOMANDA: Come si diventa psicologi e psicoterapeuti?

RISPOSTA: Allora, per quello che riguarda gli psichiatri, ho già detto: laurea in medicina e specializzazione in psichiatria. Per quello che riguarda il mondo della psicologia c’è da dire che, perlomeno in Italia, gli psicologi sono sempre esistiti fin dagli inizi del ‘900 pur non esistendo le facoltà specifiche. Erano studiosi dalle formazioni accademiche più svariate: lettere, filosofia, pedagogia, sociologia, medicina ed anche matematica; studiosi
che avevano approfondito i loro studi avvalendosi delle conoscenze psicologiche sparse nei vari campi disciplinari.
Soltanto nel 1971, vengono istituiti in Italia i primi corsi di laurea in psicologia esattamente a Roma e Padova. Da lì in poi è stato tutto un proliferare di nascite delle facoltà di psicologia su tutto il territorio nazionale: Torino, Bologna, Cesena, Cagliari, Palermo, Napoli ecc. Con la legge 56/89 (dell’89 appunto) viene finalmente istituito il primo ORDINE NAZIONALE DEGLI PSICOLOGI con le diramazioni negli ordini regionali. In una prima fase, in quest’ordine sono confluiti tutti quegli psicologi (laureati o meno in psicologia) che hanno dimostrato di avere un curriculum adeguato per fregiarsi di tale titolo; in pratica è stata fatta una sanatoria e non poteva essere fatto altrimenti. Successivamente all’interno dell’ordine è stato istituito un sotto-elenco di quegli psicologi che oltre ad essere tali erano anche psicoterapeuti, perché (come accennavamo prima) non tutti gli psicologi si occupano di salute mentale e svolgono la professione di terapeuti. Dal momento dell’istituzione dell’ordine e del periodo di sanatoria la legge ha parlato chiaro: per diventare psicoterapeuti saranno ammesse esclusivamente le lauree in psicologia o medicina, nessun’altra laurea. C’è da dire che, anche prima della costituzione dell’ordine degli psicologi , la cultura italiana fortemente medicalizzata ha sempre permesso ai medici
di esercitare legalmente la professione di psicoterapeuta anche in assenza di una formazione psicoterapica adeguata, semplicemente perché medici, così come potevano fare tranquillamente i chirurghi, i dentisti ecc. Come si diventa psicoterapeuti per noi psicologi? Dopo i 5 anni di laurea , bisogna abilitarsi alla professione , previo esame di stato che permette l’iscrizione all’ordine regionale; dopo ciò, 1 anno di tirocinio presso una struttura sanitaria o un ente di ricerca riconosciuti + 4 anni di specializzazione nelle scuole di psicoterapia riconosciute dal MIUR che formano per lo svolgimento di tale professione. In pratica 10 anni per diventare uno psicoterapeuta riconosciuto. Le scuole riconosciute sono , ovviamente, anche quelle universitarie ma sono poche, mentre invece sono tantissime quelle private riconosciute ma tutte a pagamento, mediamente circa 4.000 euro
l’anno. Il numero elevato di scuole riflette anche la moltiplicazione degli approcci e dei modelli clinici, oggi non c’è più soltanto la psicoanalisi, considerata da Freud l’”oro puro”,
mentre le psicoterapie metalli di bassa lega.

DOMANDA: Che ci può dire in merito alla sofferenza umana, al disagio psicologico, alle patologie, è cambiato qualcosa sullo scenario sociale negli ultimi 20/30 anni

RISPOSTA: E’ cambiato sicuramente moltissimo non solo dai tempi di Freud, questo è facilmente comprensibile, ma è cambiato molto anche rispetto alla società pre- essantottina e post-sessantottina. La prima basata sul concetto di verità che discendeva direttamente dall’autorità costituita e che spesso finiva nell’autoritarismo più bieco; la seconda tutta tesa alla sovversione e demolizione di ogni forma d’autorità e d’autoritarismo. La conclusione è stata che insieme all’autoritarismo pedagogico, l’autoritarismo dei padri (che sicuramente ha fatto molti danni) e delle figure che incarnavano il “potere” se n’è andato in fumo anche ogni forma di principio d’autorevolezza e di legittimità. (vedi figli che insegnano ai genitori e genitori che picchiano gli insegnanti). E’ quello che illustri autori , come lo psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati hanno designato col termine di “evaporazione del padre” e l’altro grande autore Zigmunt Baumann col termine di “società liquida”.
Una società senza punti fermi, apparentemente senza limiti, dove tutto è legittimo e nulla lo è, dove sul piano immaginario tutto è accessibile e sembra potersi realizzare, nulla è precluso. Questo io lo indico come una forma di “dispersione del pensiero” verso mondi irreali, immaginari pensiero che rimane disperso finchè non trova la parola che lo riconosce in quanto tale. Perché è attraverso la parola che il pensiero esce dall’eremo della propria mente e si apre all’esterno verso qualcosa, verso qualcuno a cui rivolgersi , divenendo proposta/richiesta trovando così un mondo reale possibile da coltivare, dove abitare e vivere. Quando questo non avviene il pensiero si chiude in se-stesso, appassisce, l’orizzonte che indica la distanza del soggetto con un futuro possibile finisce per coincidere con la punta del proprio naso; qualsiasi mondo possibile diviene una lastra opaca indecifrabile e si ecclissa insieme all’impotenza del soggetto nel tentativo di decifrarlo. Questa forma di dispersione del pensiero che non acquisisce consapevolezza di sé attraverso la parola, ha creato socialmente delle forme di “sofferenza narcisistica”o potremmo anche chiamarlo di “narcisismo sociale” che in sede clinica non trova riscontro nella casistica classica di nevrosi depressiva, nevrosi fobica, disturbi ossessivi, disturbi alimentari, ecc. Ne sono degli esempi gli stati di apatia cronica, di rinuncia a qualsiasi progetto di vita, di matrimoni e separazioni coniugali a ripetizione, il sesso compulsivo, il gioco d’azzardo, la cyber-dipendenza o i casi relativamente recenti degli hikikomori italiani , chiamati anche gli eremiti sociali ( giovani che hanno rinunciato a qualsiasi forma d’inserimento sociale e si sono rifugiati nella loro stanzetta a giocare solo col computer,
dormendo di giorno e vivendo di notte). Una precisazione d’uso del termine di narcisismo che rimane comunque una dimensione molto complessa. Il narcisismo non è solo il mettersi in mostra, lo specchiarsi ammirandosi e credendosi belli, ma è rimanere imprigionati dentro un pensiero che impedisce il riconoscimento di sè ,degli altri e blocca l’apertura verso la relazione umana.

OMAGGIO A CARL ROGERS

 

Carl Rogers, psicologo statunitense, si dedica inizialmente, come terapeuta alla prevenzione della criminalità giovanile (1931-1949).

E’ stato poi docente dal 1940 al 1963, presso le università dell’Ohio, di Chicago e del Wisconsin.

Con la “psicologia umanistica” di A. Maslow, Rogers ha assunto un’impostazione alternativa sia alla psicoanalisi sia al comportamentismo. Di Freud, in particolare, Rogers rifiuta sia il concetto di transfert sia il dualismo delle pulsioni di vita e di morte come il tentativo di ricondurre tutte le motivazioni del comportamento umano a conflitti di natura sessuale.

La tecnica terapeutica sviluppata da Rogers prende il nome di “terapia non direttiva” o ancor meglio di “terapia centrata sul cliente”: Rogers preferisce la parola “cliente” a “paziente”, termine che indicherebbe una subalternità medicalizzata di quest’ultimo rispetto al terapeuta. Rogers indica tre condizioni necessarie e sufficienti affinchè la terapia abbia successo:

  • Accettazione incondizionata del cliente (qualunque sia la natura del suo disagio/disturbo)
  • Atteggiamento fortemente empatico del terapeuta (mettersi strategicamente “nei panni dell’altro”, al fine di comprendere il suo funzionamento mentale)
  • Autenticità del terapeuta (saper comunicare emozioni e sentimenti provati in seduta sollecitati dallo stesso cliente)

L’aspetto estremamente interessante dell’approccio rogersiano è che non pretende di essere un gergo di scuola ma  rappresentare un tipo di approccio che supera i vari gerghi/tecniche psicoterapeutiche legittimandole tutte nella misura in cui, però, soddisfano le tre condizioni sopra descritte.

In effetti Rogers, mise a punto una ricerca sperimentale mettendo a confronto l’operato clinico di vari terapeuti di estrazione completamente diversa (psicoanalisti, comportamentisti, sistemici ecc.) e si accorse che tutte gli approcci  terapeutici funzionavano e producevano  un buon esito clinico quando erano presenti le tre condizioni; al contrario in loro assenza la terapia falliva.

Lo scopo di questo approccio , infatti , è quello di favorire “L’AUTOREALIZZAZIONE DEL SE’”, che rappresenta uno dei cardini di tutta la psicologia umanistica e rappresenta lo scopo e il fine ultimo della terapia.

L’AUTOREALIZZAZIONE DEL SE’, non deve essere identificata banalmente col mero successo sociale (potere, soldi, fama ecc.) ma con la realizzazione delle caratteristiche/tendenze/predisposizioni interne al proprio essere, quello che gli umanistici identificano con il “progetto di sviluppo” implicito in ogni essere umano; questo risulta inalienabile dal momento che il ruolo/potere dell’ambiente non può essere né quello di crearlo “ex-novo” (mani sue), né quello di espropriarlo al soggetto , ma solo di favorirlo, (catalizzando il processo di autorealizzazione) o di ostacolarlo (producendo il suo blocco causa di sofferenza). In tal senso si specifica meglio il concetto di SE’ nell’accezione generale: questo si struttura proprio attraverso le interazioni di scambio con l’ambiente circostante, mentre il SE’ ideale non è quello che s’immagina di essere quello che il soggetto non potrà mai diventare (fantasie più o meno onnipotenti), ma quello che sa individuare le linee tendenziali intrinseche del  “progetto di sviluppo” della propria umanità.

In tal senso, afferma Rogers, una persona è tanto più felice quanto più il suo SE’ si avvicina al SE’ ideale, viceversa , è tanto più infelice quanto più il suo SE’ si allontana dal SE’ ideale.

Il SE’ ha anche un’altra caratteristica importante: non è statico e definito una volta per tutte, ma è plastico , flessibile, duttile e si evolve a seconda delle esperienze compiute dal soggetto e delle idee con cui è venuto in contatto.

E’ un cambiamento che ciascuno avverte nel corso della propria vita, anche più volte. Il dinamismo del SE’ e la sua capacità di modificare il sistema di valori sulla base delle proprie esperienze sono considerate un indicatore della salute psichica dell’individuo.

 

BIBLIOGRAFIA

 

C.ROGERS “La terapia centrata sul cliente”, Martinelli editore, Milano,1982

 

 

PSICOLOGIA E PUBBLICITA’

PSICOLOGIA E PUBBLICITA’

Oggi i ricercatori più spesso interpellati dalle aziende sono gli psicologi sociali e della comunicazione, che mettono a disposizione la loro competenza specifica allo scopo si spiegare il comportamento dei consumatori.

La psicologia aiuta a comprendere i meccanismi che influenzano le persone, spingendole a compiere determinate scelte, a preferire un prodotto invece che un altro oppure ad acquistare merci di cui non hanno per forza un urgente bisogno.

Quindi che piaccia o no, la psicologia pubblicitaria ( che è pur sempre studio della mente) è finalizzata all’individuazione di quelle le tecniche di persuasione più efficaci per la vendita di un prodotto.

Essa è pertanto di primario interesse per il mondo aziendale, il quale utilizza la pubblicità come principale strumento per informare, orientare e convincere le persone ad acquistare un bene o un servizio.

E’ proprio in relazione a questo tema  che si sono sviluppate diverse scuole di pensiero riconducibili a tre teorie dell’influenza sociale: diretta, selettiva e indiretta.

Per i sostenitori dell’influenza sociale diretta (psicologi di orientamento comportamentista e psicoanalitico), il comportamento umano è un insieme di risposte a stimoli e pertanto può essere riassunto nello schema S/R (dove S è stimolo, R risposta).

Ne segue che per ottenere la risposta attesa è necessario proporre stimoli appropriati ed efficaci rispetto allo scopo.

Su questo particolare aspetto la differenza tra comportamentisti e seguaci della psicoanalisi risiede nel fatto che, mentre per i primi la stimolazione avviene a livello cosciente, per gli psicoanalisti la comunicazione più efficace è quella che colpisce l’inconscio, ricorrendo ad esempio a immagini e simboli di natura sessuale, di cui a livello cosciente non si percepisce il significato ma che coinvolgono le motivazioni profonde.

I pubblicitari sarebbero dunque, come sostenne lo studioso statunitense Vance Packard negli anni ’50, dei “persuasori occulti”, perché condizionano i consumatori senza che questi ne abbiano consapevolezza. Le teorie dell’influenza sociale selettiva si possono considerare uno sviluppo di quelle precedenti. Esse muovono dal presupposto che i messaggi non sono percepiti nello stesso modo da tutti gli individui.

Nella creazione di una campagna pubblicitaria occorre pertanto tenere conto delle possibili differenze individuali nella risposta ai messaggi.

Come osserva, Annamaria Testa, gli argomenti e le sollecitazioni emozionali che possono persuadere una casalinga non sono gli stessi su cui far leva per convincere un adolescente.

Insomma, un prodotto pubblicitario per essere propagandato efficacemente deve individuare il “target di consumatori”  potenziali a cui si rivolge. le  teorie dell’influenza sociale indiretta  muovono dal presupposto che l’influenza dei mass media non è limitata al momento in cui si riceve il messaggio, ma è costante e continuativa.

I mass media fanno ormai parte del nostro ambiente di vita  e si propongono anche come agenti di socializzazione, offrendo dei modelli di comportamento che il ricevente interiorizza e può fare propri, imitandoli.

Tale ipotesi è corroborata dalle importanti ricerche negli anni ’60 dallo psicologo canadese Albert Bandura, in cui sono chiariti alcuni meccanismi dell’apprendimento per imitazione.

Come caso particolare della sua teoria dell’apprendimento sociale , Bandura ha proposto la “teoria del modellamento”, secondo la quale gli individui apprendono i loro comportamenti sociali da “figure-modello”, ritenute degne di imitazione perché agiscono in modo appropriato e socialmente apprezzato dalla collettività (tali sono, perlomeno inizialmente, i modelli genitoriali agli occhi dei bambini).

Gli spot pubblicitari che ripercorrono tale impostazione sono  quelli che si avvalgono della classica figura di un “testimonial”, figura pubblica di successo nel mondo dello spettacolo, della scienza o dello sport.

Se il comportamento imitato ha successo , la gratificazione rappresenta il rinforzo positivo che fissa quel comportamento rendendolo abituale.

I sei passaggi del modellamento pertanto sono: osservazione di un comportamento; identificazione (“voglio essere come lui/lei, lo/la imiterò); riconoscimento del comportamento; riproduzione; rinforzo; fissazione.

BIBLIOGRAFIA

Albert Bandura “ Autoefficacia: teoria e applicazioni”, Erikson, Trento,2000

Annamaria Testa “ La pubblicità”, Il Mulino, Bologna, 2003

Vance Packard “ I persuasori occulti”, Einaudi, Torino, 2005

LO SPORT NELL’ETA’ EVOLUTIVA

LO SPORT NELL’ETA’ EVOLUTIVA

 

“Lo sport maestro di vita”, “lo sport forgia il carattere”; “Mens sana in corpore sano”. Già nella seconda metà del 1600 il grande filosofo e pedagogista John Locke (precursore della psicologia moderna) indicava nello sport un’attività formativa fondamentale della personalità del futuro gentleman inglese, colui che, lungi dal campare di rendita ma dando per primo l’esempio di laboriosità, avrebbe rappresentato la classe dirigente del domani. Medici, insegnanti, psicologi, pedagogisti, tutte quelle figure che si occupano professionalmente di bambini e adolescenti sottolineano quanto sia importante a partire dai 6/7 anni, praticare uno sport con regolarità e costanza, non necessariamente agonistico. Tutte le attività sportive, infatti, promuovono dei valori basilari in età evolutiva, che si possono così sintetizzare:

  • Si impara che l’importante non è vincere, ma migliorare se stessi, quindi imparare a perdere (cultura della sconfitta) è importante quanto imparare a vincere (cultura della vittoria).
  • Giocando e divertendosi s’impara a rispettare le regole.
  • S’impara che non s’ottiene nulla e non si migliorano i risultati senza impegno, costanza e determinazione.
  • S’impara il rispetto dell’avversario che è il proprio simile.
  • Si può trovare una compensazione agli scarsi risultati scolastici, se esistenti. Ma è anche vero che i successi sportivi possono rappresentare una fonte d’incremento dell’autostima e questa può funzionare da molla che incentiva la motivazione allo studio.

Una prima decisione da prendere, naturalmente in accordo con gli stessi soggetti interessati che non devono vivere lo sport come un’imposizione, riguarda la scelta tra sport individuali (sci, tennis, ciclismo, nuoto, atletica leggera , golf, ecc.) e sport di squadra ( basket, pallavolo, calcio, pallanuoto, pallamano, rugby, ecc.).

Sono validi entrambi, ma ciascuna tipologia presenta delle caratteristiche più adatte a soddisfare certe esigenze: gli sport di squadra tendono a valorizzare la dimensione ludica del gioco e quelli individuali la dimensione di disciplina e sfida con se stessi.

Con una lettura sicuramente un po’ schematica, si potrebbe affermare che gli sport di squadra si addicono più a ragazzi introversi, timidi e ansiosi, che temono la competizione individuale e il giudizio negativo degli altri sulla loro prestazione, al termine di una gara persa. In gruppo, invece, ci si sostiene, si dividono equamente i meriti di una vittoria e le responsabilità di una sconfitta, anche l’ansia di prestazione è ripartita tra i membri della squadra.

Attraverso lo sport di squadra si comprende l’importanza della collaborazione in vista dell’obbiettivo comune, instaurando quel clima di solidarietà in cui ciascuno si mette al servizio dei compagni coprendone anche gli errori, ciò che caratterizza lo spirito di squadra, da sempre  l’ingrediente irrinunciabile per la vittoria.

Al contrario, per i ragazzi estroversi che sono tali  perché temendo molto meno il giudizio degli altri sulle loro prestazioni , hanno costantemente bisogno di sfidare i loro limiti e mettersi alla prova, possono andar bene anche gli sport individuali.

Potremmo anche dire che per la psicologia dei  ragazzi introversi gli avversari sono gli altri, mentre per quelli estroversi sono loro stessi.

Comunque, riprendendo lo spunto iniziale lo sport rappresenta un “maestro di vita” in entrambi i casi e per entrambe le tipologie.   

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

J.Locke “Pensieri sull’educazione”, ne “Il pensiero educativo”, a cura di D. Orlando, la Scuola, Brescia, 1981

I DSA E LA NORMATIVA SCOLASTICA

Con l’acronimo DSA (disturbi specifici d’apprendimento) si indica una serie di condizioni che precludono al soggetto, in assenza di ritardo mentale, l’uso di abilità implicate nell’apprendimento, e in particolare nell’apprendimento scolastico, come leggere, scrivere e far di conto.

Appartengono a questa categoria di disturbi, la dislessia (incapacità di leggere in modo spedito e corretto ), la disgrafia (difficoltà di riprodurre segni alfabetici e numerici), la discalculia (disturbo delle abilità aritmetiche), il disturbo non verbale (presenza di deficit visuo-spaziali che compromettono l’esecuzione dei compiti di memoria e la risoluzione di compiti non verbali, come comporre un puzzle, uno schema o utilizzare una cartina geografica).

La scuola è spesso l’ambito principale in cui questi problemi si manifestano, perché le loro caratteristiche interferiscono precocemente con il normale percorso d’apprendimento: l’alunno ha difficoltà a leggere e scrivere, è più lento dei compagni e spesso sviluppa comportamenti ansiosi, perché si percepisce inadeguato alla situazione.

Se il disturbo non viene precocemente individuato e trattato, fenomeno diffuso fino a pochi anni fa, quando l’alunno con DSA era spesso etichettato come pigro o poco capace, la situazione peggiora fino a compromettere in modo spesso definitivo la carriera scolastica del soggetto.

Oggi, fortunatamente le cose sono cambiate: nel nostro paese una legge, la 170 dell’8/10/10 (completata da Decreto legge e Linee guida del luglio 2011), tutela il diritto allo studio degli alunni con DSA, prevedendo a loro sostegno nuove metodologie didattiche e valutative.

Le linee guida favoriscono una didattica personalizzata attraverso l’introduzione dei cosiddetti “strumenti compensativi” e “misure dispensative” particolarmente per l’insegnamento della matematica e delle lingue straniere. Tra gli strumenti compensativi ricordiamo: la sintesi vocale che trasforma un compito di lettura in un compito d’ascolto; il registratore che consente all’alunno di non prendere appunti durante la lezione; i programmi di videoscrittura con correttore ortografico; la calcolatrice; il computer, strumenti come tabelle, grafici, mappe concettuali.

La misure dispensative sono invece interventi che consentono all’alunno di non svolgere alcune prestazioni troppo difficoltose per lui: sostenere un’interrogazione alla lavagna, semplificargli le domande scritte rispetto a quelle  date alla classe, avvalersi di questionari a risposta multipla invece che con domande aperte, fornirgli più tempo per la consegna dei compiti.

Lo spirito della normativa è chiaro: non si tratta di concedere all’alunno DSA un privilegio non condiviso dal resto della classe, o di esercitare nei suoi confronti una compassionevole indulgenza, ma semplicemente di metterlo nelle condizioni più idonee per svolgere il proprio compito di studente.

In quest’ottica, le misure particolari adottate nei suoi confronti sono equiparabili agli occhiali prescritti a una persona con difficoltà visive: costui deve infatti servirsene per poter leggere come gli altri, non per rinunciare alla lettura stessa.

Come accennato precedentemente, fino a circa  20 anni  fa la scuola non era in grado di farsi carico delle situazioni di disagio psicologico che si ripercuoteva fatalmente sui processi d’apprendimento perché foriera di un modello di “normalità” troppo intellettualistico improntato su una concezione dell’intelligenza esclusivamente linguistico-verbale o logico-matematica; o per dirla con Don Milani che negli anni ’50 affermava “ la scuola è  un ospedale che accetta i sani e rifiuta i malati”.

Strada facendo, il progresso delle neuroscienze ha permesso l’approfondimento diagnostico di “quadri” del disagio psicologico che nulla hanno a che vedere con deficit neurologici, ritardi mentali o intellettivi veri e propri (dall’autismo, ai disturbi dell’apprendimento ma anche a tutte quelle situazioni di disagio affettivo, economico-sociale, di marginalità nel territorio o d’integrazione culturale).

Ciò ha significato una maggiore sensibilizzazione della scuola  per il fattore accoglienza-socializzazione a cui i risultati dell’apprendimento cognitivo sono subordinati e l’apertura verso vari modelli del funzionamento mentale ; in pratica si può essere “normali” e “intelligenti” in vari modi.

Ritornando sui DSA c’è da dire che a volte si  assiste allo strascico del pregiudizio tradizionale che si può essere normali solo in un modo proprio nelle famiglie del soggetto DSA e nello stesso soggetto che preferiscono non presentare la documentazione adeguata o magari avvalersi dell’insegnante di sostegno per altri disturbi per non sentirsi “diversi” ed etichettati come “anormali”.

Questa scelta impropria , spesso si rivela un vero e proprio boomerang che finisce per alimentare quel tasso d’ansia da prestazione per paura di risultare inadeguati al compito producendo un surplus di fatica inutile che non favorisce certo né il soggetto, né le famiglie, né tantomeno gli insegnanti.

 

 

Bibliografia

 

             Lorenzo Milani “Lettere a una professoressa”, Mondadori, Milano, 1967

LA MOTIVAZIONE ALLO STUDIO

 

(MOTIVAZIONI INTRINSECHE ED ESTRINSECHE)

Gli psicologi sociali classicamente distinguono il “bisogno” dalla “motivazione”; il primo sostanzialmente è uno stato d’essere che segnala uno “squilibrio”, una “mancanza”, un “vuoto” psicofisiobiologico  e/o sociale, la seconda riguarda la “spinta ad agire” che parte da questo stato di bisogno nel tentativo di ripristinare un  benefico  equilibrio organismico attraverso quegli scambi omeostatici con l’ambiente che fatalmente lo realizzano (fosse anche , banalmente, procurarsi il cibo quando si ha fame).

Sempre seguendo la tradizione, si distinguono le motivazioni intrinseche da quelle estrinseche.

Le prime, riguardano quelle attività la cui spinta proviene dall’interiorità psicologica e che perciò si fanno per il gusto di farle, perché le si ama (hobby, interessi, passioni; iscriversi ad un corso di tecnica pittorica perché si ama la pittura); le seconde riguardano quelle attività la cui spinta proviene dall’esterno sociale sottoforma di conseguimento di premi, vantaggi socio-economici o di prestigio (iscriversi ad un corso di tecnica pittorica non perché si ami particolarmente la pittura  ma perché p.es. si acquisisce un maggior punteggio per la partecipazione ad un concorso al ministero delle “Belle Arti”).

La motivazione allo studio non esula da tale impostazione. Le motivazione intrinseche scolastiche-universitarie riguardano logicamente l’amore appassionato per lo studio e per alcune discipline del classico studente-modello; le motivazioni estrinseche, invece, si agganciano alla prospettiva allettante di ricompense (premi/regali dei genitori, all’ottenimento dei bei voti da parte degli insegnanti e ad una buona dose di individualismo competitivo).

Le prime si collegano ad obbiettivi di padronanza (need for competence; bisogno di competenza), le seconde ad obbiettivi di prestazione.

A prima vista, sembrerebbe che contino di più le motivazioni intrinseche, quelle che a noi piace immaginare come le più “vere” che rappresentano la nobiltà d’animo e l’autenticità umana dell’individuo. In effetti da vari studi e ricerche è risultato che all’inizio di un qualsiasi percorso scolastico/professionale le motivazioni intrinseche risultavano preponderanti rispetto a quelle estrinseche, ma durante il percorso formativo quelle estrinseche si prendevano la rivincita e verso la fine del percorso andato a buon fine, quasi si equiparavano (con una leggera prevalenza di quelle intrinseche).

Come tradurre questi dati scientifici. Immaginiamo che il classico studente -modello  che ama ciò che studia , s’impegna con passione  dimostrando  padronanza della materia, incappi nel classico docente “tirchio” di voti che inconsciamente intenda dimostrare che lo studente sa sempre meno di lui e non sarà mai alla sua altezza, e magari quel povero studente sia  anche costretto a subire  gli improperi dei suoi  genitori che non s’accontentano mai; il probabile risultato sarà una frustrazione emotiva sistematica che finirà per svilire quella “intrinsecità motivazionale” che pur possedeva.

Analogamente al contrario. Immaginiamo un docente che “regali” i voti per non impegnarsi e non avere grattacapi ad uno studente completamente demotivato intrinsecamente; il   ragionamento di quest’ultimo sarà “anche se non m’impegno andrà sempre bene” e il risultato sarà che le motivazioni intrinseche che formano il “di dentro” dell’individuo rimarranno allo stato brado, disperse chissà dove!

Le motivazione intrinseche ed estrinseche non essendo affatto le une contro le altre devono trovare un punto d’incontro che rappresenta la totalità psicosociale dell’individuo; questo punto d’incontro lo possiamo individuare nel concetto di “conferma” (esterna) che stima il materiale interno, valutandone il livello nella prospettiva futura del suo sviluppo, soltanto così è possibile crescere e migliorarsi.

Il soggetto deve essere riconosciuto per quello che è,  e qualcuno glielo  deve pur dire; stimare la qualità del merito non deve limitarsi ad una angusta valutazione  solo scolastica ma ad una rivalutazione personale-esistenziale come monitoraggio continuo di un’identità che vuole sapere chi è, cosa può fare, dove andare!

In tal senso il termine “meritocrazia” è troppo gelido e risulta fuorviante e improprio, dal momento che sembrerebbe voler stimare solo i risultati senza l’analisi dei processi interni e delle risorse.

Per ultimo, vorrei fare una considerazione storico-sociale di carattere generale nel tentativo di restituire un filo di speranza a tutti quegli studenti “demotivati alla vita” che continuano a prendere brutti voti a scuola e a tutti quei genitori (ma anche insegnanti) che si disperano per questo.

Viviamo in un’epoca che gli intellettuali definiscono “POSTMODERNISMO”, in cui si sono perse tante certezze antropologiche valoriali e sicurezze socio-economiche, viviamo in una realtà sociale fluida o, come direbbe , Bauman “liquida” che si muove continuamente a ritmi vertiginosi e ,come le dune del deserto, non può più dare punti esterni di riferimento certi con cui orientarsi.

Fino a 20/30 anni fa studiare per diventare avvocato o medico, dava una relativa certezza che si sarebbe fatta quella professione. Oggi non è più così!

Potremmo dire che la liquidità della società ha fiaccato le motivazioni estrinseche , ma per il discorso fatto fin qui,  questa fiaccatura ha finito per erodere anche quelle intrinseche ed oggi , pur senza incorrere in generalizzazioni catastrofiche, assistiamo frequentemente a questo scenario che vede molti giovani fiaccati nell’animo dispersi “dentro” e “fuori” che non sanno più orientarsi. (un esempio su tutti è proprio il caso degli hikikomori non solo in Giappone ma ormai anche in Europa).

Bene! Proprio perché oggi è estremamente difficile ritrovarsi seguendo il filo della tradizione dal momento che tale filo   risulta sfuggente,  invisibile, imprendibile e non si tramanda ai posteri,  tanto vale cercare d’intercettare  il filo della propria “vita interiore”, quel filo che nessuno ci può togliere perchè nessuno ce lo può dare; è il filo d’Arianna che conduce FUORI dal  labirinto  della confusione , dei pensieri dispersi, del vuoto emotivo,  dell’immobilismo ma anche delle azioni folli, delle immaginazioni e  fantasie mitiche, della fuga nelle dipendenze,  della pretesa di  avere garanzie immediate, FUORI dal labirinto-eremo della propria mente, nello SPAZIO DEL NOI   , l’unico luogo  dove può realizzarsi il DESIDERIO di essere PER SE’ e PER GLI ALTRI!

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Zygmunt  Bauman “Vita liquida”, Laterza, Bari, 2006

La sede dello studio del Dott. Parisella Umberto si trova in via Taranto 114,  zona San Giovanni (uscita metro A San Giovanni) a Roma. (RM) – Tel. 06 7020885 – Cel. 339 3884179 | parisum@tiscali.it | P.I. 04848311009 | Note Legali|Privacy Policy